Dialettica e Filosofia - Aprile 2012
Di Francesco Giacomantonio

Conflitto e socialità sono le due dimensioni che, maggiormente, distinguono il senso della politica e, più in generale, la dialettica della vicenda umana. Tali due dimensioni attraversano, quindi, densamente la riflessione filosofico politica e sociologica contemporanea e De Simone, in questo volume, cerca di ricostruire le modalità tramite cui esse sono state declinate. La trattazione si distingue in due parti, nella prima delle quali l´attenzione è posta, in particolare, sui concetti di dialettica e potere, mentre, nella seconda, il fulcro si colloca sui temi dello spazio pubblico e della democrazia. Punto di partenza di questa che si può considerare una vera e propria ricerca sulla “politicità dell´umano”(p. 11), è il pensiero di Hegel, che, cogliendo per primo i problemi dell´identità e del riconoscimento e le logiche di potere ad essi associate, nella società della modernità, fa uscire la dimensione della politica da una idea di naturalità (tipica della tradizione della riflessione politica aristotelica) e la connette alla dimensione della volontà. Dopo Hegel, le connotazioni della politicità dell´umano sono indagate attraverso le analisi di Weber e Marx. Il primo, secondo De Simone, ci descrive una “grammatica del potere, ovvero l´ampia varietà dei vocabolari in cui si esprimono le pretese di potere e le legittimazioni che incontrano”(p. 44): Weber, quindi, configura una “antropologia dell´ubbidienza”(p. 45); Marx, invece, ci permette di ricostruire il principio dell´alienazione umana. Il raffronto tra i due studiosi è approfondito attraverso le posizioni di Löwith, che mostra come Weber e Marx propongono “due paradigmatiche ermeneutiche storico sociologiche della modernità, entrambe incentrate sullo sviluppo della razionalizzazione capitalistica” (p. 91), ma distinte dal fatto che per Weber il capitalismo appare un destino tragico e inevitabile della storia umana, mentre per Marx è una dimensione che può essere mutata. Gli aspetti del potere, già posti nelle letture classiche di Hegel, Marx e Weber, si fanno più articolati del corso del XX secolo e, in tal senso, interpretazioni ulteriori, che rendono conto di queste dislocazioni e metamorfosi del potere, vengono individuate nei contributi di Simmel e Canetti. Questi studiosi sembrano porre soprattutto la questione del senso del potere e del conflitto. Per Simmel, i soggetti che interpretano il conflitto, non esprimono forme capaci di raccogliere le correnti contraddittorie della vita. Canetti, da parte sua, comprende come il compito della politica democratica sia l´istituzione di relazioni agonistiche e che, quindi, il conflitto è essenziale alla democrazia. Questo snodo dell´interpretazione di Canetti appare rilevante proprio in termini di filosofia politica, poiché la teoria politica liberale, che spesso pone l´accento sul calcolo razionale degli interessi o sul modello deliberativo, non riconosce alla passioni il ruolo di forza motrici della vita politica. Canetti, invece, rendendosi conto di queste passioni, nell´età dell´accesso delle masse alla politica, ci induce a pensare come le masse possano essere mobilitate in modi con non diventino una minaccia per le istituzioni democratiche: modi appunto agonistici e non antagonistici. Il percorso intrapreso da De Simone sul concetto di conflitto e la sua problematicità filosofico politica giunge, infine, a toccare il contributo di uno studioso contemporaneo come Abensour, che fonda la critica della politica sulla distinzione essenziale del dominio e dello sfruttamento. La filosofia politica è, infatti, intesa da Abensour, esplicitamente, come una teoria del conflitto; la libertà è, quindi, frutto della lotta: non si esce dal conflitto grazie all´istituzione dello Stato e alla sua affermazione dell´Uno, ma grazie al tumulto della libertà. In tal senso, la prospettiva di Abensour si collega alle interpretazioni della Scuola di Francoforte e De Simone dedica un apposito capitolo alla discussione di questa relazione. Il filosofo francese, infatti, estrapola tre punti del pensiero del dominio che Horkheimer sviluppa: il primo riguarda l´accettazione del rapporto di dominio da parte dei dominati; il secondo riguarda l´onnipresenza del fenomeno del dominio nella storia; il terzo, infine, concerne il nesso tra relazioni di dominio e cultura. Questi punti permettono ad Abensour di mettere alla prova quegli aspetti della teoria critica che “possono interagire o meno con gli orientamenti più rilevanti della filosofia politica”( p. 160). Questo passaggio del volume, come si può osservare, sottende una questione di notevole fascino intellettuale, ossia la questione dell´essenza della filosofia politica. Per tale ragione appaiono intellettualmente stimolanti le due sezioni di note di approfondimento che De Simone dedica, rispettivamente, a Esposito e Rancière. Si tratta di due argomentazioni che risultano assai proficue, non solo da un punto di vista di erudizione storico-filosofica, ma anche dal punto di vista delle scienze politiche e sociali, per sondare il nesso tra filosofia e politica e l´idea dell´immanenza della sfera del conflitto e della dialettica individuabile in questo nesso. Tutta la trattazione sul conflitto, svolta nella prima parte del testo, diventa funzionale alla seconda parte del discorso che De Simone propone. Le dimensioni dello spazio pubblico e della democrazia, infatti, sono esplicabili solo attraverso una comprensione della socialità moderna, che si impoverirebbe senza le premesse della pagine precedenti. Qui, le teorie di riferimento diventano quella di Taylor e, in maggior misura, Habermas. Il primo, iscrivendo la sua analisi della sfera pubblica, nel più ampio contesto della costruzione dell´immaginario sociale della modernità, vede la sfera pubblica come spazio extrapolitico che si configura come discorso della ragione sul potere e al potere, piuttosto che dal potere. Il secondo, come noto, coglie nella sfera pubblica il presupposto stesso della democrazia e De Simone, da anni attento studioso dell´opera habermasiana, propone, a questo riguardo, non solo una presentazione delle posizioni di Habermas su temi politici come Stato, diritto, cosmopolitismo, ma anche una specifica riconsiderazione critica dell´opera classica del filosofosociologo tedesco sulla sfera pubblica (Storia e critica dell´opinione pubblica, Laterza, Bari), a cinquant´anni dalla sua prima pubblicazione in tedesco. Nel dettaglio, l´attenzione viene posta sulle valutazioni che Habermas sviluppa nella prefazione alla riedizione del volume nel 1990, in cui egli osserva il mutamento delle prospettive della teoria della democrazia, che si è verificato nel corso degli oltre trent´anni passati dalla prima edizione. In quest´ottica, si può rilevare uno scetticismo nell´individuare gli indicatori reali che possono favorire “gli sviluppi successivi del potenziale democratico di una sfera pubblica mediatizzata”(p. 229). Il discorso sulla sfera pubblica in Habermas è completato da rimandi al tema della società civile, anche tramite strutturati excursus sul pensiero hegeliano: nello schema habermasiano, la sfera pubblica poggia sulla società civile, costituendone il sistema d´allarme; essa permette agli attori della società civile di acquisire “un´influenza non direttamente equivalente al potere politico propriamente inteso, ma che potrà poi essere trasformata, grazie al filtro di procedure istituzionalizzate, proprio in quel potere politico al quale originariamente si opponeva” (p. 263). Si tratta di questioni assai cruciali, perché è solo tramite adeguate dinamiche di società civile e sfera pubblica, che è possibile evitare quelle forme di degenerazione populista e scadimento culturale che, sempre più di frequente, possono influenzare la vicenda contemporanea. Emerge, quindi, last but not least, il problema specifico della comunicazione politica nella società delle reti, la cui intensificazione attraverso gli sviluppi dei media non deve entrare in contrasto con “le aspettative normative del modello deliberativo”(p. 290). Dalla ricostruzione che abbiamo necessariamente cercato di sintetizzare, ma in cui gli snodi critici restano numerosi, possiamo affermare che il testo di De Simone appare il punto di approdo di una riflessione sulle teorie dei maggiori protagonisti della scena intellettuale contemporanea, su molti dei quali, si pensi a Habermas e la Scuola di Francoforte, Hegel, Weber, Simmel, Canetti, l´autore ha, da tempo, prodotto numerosi studi specifici (da ultimi si possono ricordare: Passaggio per Francoforte. Attraverso Habermas, Morlacchi, Perugia, 2011; Dislocazioni del politico. Tra responsabilità e democrazia-Simmel, Weber, Habermas, Derrida, Morlacchi, Perugia, 2011; [con D´alessandro, D.] Conflitti indivisibili, Morlacchi, Perugia, 2011). Il pregio maggiore di questo studio si può indicare, probabilmente, nella possibilità di confrontare efficacemente concetti e posizioni teoriche fondamentali per la vicenda sociopolitica dell´epoca attuale, chiarendo distinzioni e aprendo vie di approfondimento, anche grazie alla sempre appropriata e aggiornata letteratura critica (italiana e internazionale) di riferimento. Si tratta di un merito non trascurabile sia dal punto di vista degli studiosi di filosofia contemporanea, sia da quello di sociologi e politologi. Del resto, giova ricordare che la possibilità di buoni contributi delle scienze politiche e sociali dipende anche, notevolmente, da quanto gli studiosi di queste scienze riescono a delineare concetti, linguaggi e teorie di cui si servono, avendone ben chiari significati e implicazioni. E, a conferma di questo punto di vista, è indicativa la lettura di colui che può esser considerato il maggior politologo italiano, nonchè tra i più accreditati nel panorama internazionale, Giovanni Sartori, che, in una recente e preziosa raccolta di saggi (Logica, metodo e linguaggio nelle scienze sociali, Il Mulino, Bologna, 2011) ha rimarcato la necessità, nell´ambito degli studi su politica e società, di una capacità di pensare e definire correttamente i concetti, che è preliminare a ogni quantificazione o rilievo empirico. In conclusione, il libro di De Simone si configura come uno strumento ben articolato che si indirizza a tutti coloro che vogliano studiare seriamente le dinamiche socio-politiche e filosofiche che caratterizzano l´ultimo secolo sino ai giorni nostri. La lettura di De Simone, infatti, pur nel suo rigore teorico, rimanda sempre alla possibilità di connettere la riflessione con le situazione concrete. E, se si può rilevare che, forse, la parte finale del volume poteva essere completata da almeno un capitolo consuntivo, che riannodasse i numerosi fili di dibattito proposti, ciò, comunque, non scalfisce l´idea che questo testo possa trovar buona ospitalità nella biblioteca personale del lettore e dello studioso attento e intelligente.

Il Nuovo Molise - 25 marzo 2012
Conflitto e socialità, l’antagonismo di De Simone, di Davide D'Alessandro

Non ci sono traguardi per Antonio De Simone, il filosofo leccese di stanza in quel d’Urbino. Non perché non se li ponga, ma perché finisce sempre per oltrepassarli, senza raggiungerli. Sempre in cammino, sempre in ricerca, leggendo e scrivendo, scrivendo e leggendo, ci regala un altro libro di pregio, per idee e contenuti, ospitato nella Collana Liguori “Teorie & Oggetti della Filosofia”, diretta da Roberto Esposito. “Conflitto e Socialità. La contingenza dell’antagonismo” percorre tragitti, apre prospettive, attraversa teorie, illumina le opere degli ultimi veri pensatori che hanno pensato, da Hegel a Marx, da Weber a Simmel, da Löwith a Canetti, da Abensour a Rancière, da Taylor ad Habermas, senza trascurare l’ordine del conflitto tra Machiavelli e Hobbes. Chi ha letto “Ragione e retorica nella filosofia di Hobbes”, la monumentale e originale riflessione di Skinner, sa che dal filosofo inglese nessuno che argomenti su potere, conflitto e forza, può prescindere. Scrive De Simone: “Questo libro nasce da molti interrogativi che partono dal presente e, nelle sue linee guida, ha una genesi che risale a un tempo solo molto relativamente vicino. Pur tuttavia, esso è stato scritto nel periodo che è stato definito dei turbolent teens, ovvero negli anni Dieci del XXI secolo, un decennio oltremodo di confusione, disordine e frammentazione, ma soprattutto di «esclusione inclusiva» (Žizek) che, estremizzando nell’umano l’individualismo, le paure e gli interessi, ha trovato il suo principale antagonista nella politica delle voci dei molti che si riconoscono nel principio del bene comune e della solidarietà responsabile quale espressione di un pensiero per-altri”. C’è sempre l’uomo nei libri di De Simone, la sua condizione precaria, sospesa, la sua difficoltà di occupare stabilmente la sfera pubblica, la sua necessità di essere libero nella relazione, nella contaminazione, nel confronto, nel conflitto. Guai a eliminare il conflitto! Guai a eliminare l’antagonismo che non può mai essere violenza, ma contrasto, opposizione, domanda d’altro; attesa non di un nuovo mondo, non di un sole dell’avvenire che mai verrà, ma di una democrazia vera, partecipata, costruita giorno per giorno dibattendo, riconoscendosi reciprocamente sul gran teatro del mondo. Un mondo cupo, pietoso, sempre abitato dal discorso del capitalista, dal consumo delle merci e delle menti, un uomo asservito che sembra aver smarrito le sue peculiarità. È re, dice Severino, e si sente schiavo. È eterno e si sente mortale, troppo mortale, dopo essere stato umano, troppo umano. Nelle pagine più intense del libro, De Simone evidenzia cosa può non un corpo, per dirla con Deleuze, ma cosa può il capitale sul corpo, cosa può il capitale sull’uomo, come può estraniarlo, ridurlo, assimilarlo. L’uomo, allora, è chiamato a scuotersi, ad aprire il conflitto ma, prima di aprire il conflitto, a ritrovare dentro se stesso il desiderio antico, ciò che lo muove e lo indirizza, ciò che lo tiene in vita. È chiamato, in ricordo di Lacan, a non cedere sul desiderio, che non può essere il desiderio di apparire, di comprare mentre viene comprato, ma il desiderio inconscio di cui ancora non sa, il desiderio irriducibile che lo rende uomo. Singolare e plurale. Le logiche del dominio, il potere che tutto invade, il capitale che tutto pervade, hanno bisogno di un uomo consapevole prima che oppositivo e conflittuale, di un uomo che viva e non che canettianamente sopravviva, di un uomo che sappia dire “noi” sapendo di non poter più dire “io”. Ecco il cuore pulsante del libro di De Simone, un altro libro che scatta una radiografia esemplare del tempo presente, senza sconti e mediazioni, un altro libro che non smette di sperare anche quando sembra non vi sia più posto neppure per la speranza. Dopo “L’ineffabile chiasmo”, “Intersoggetività e norma” e “L’inquieto vincolo dell’umano”, il quarto De Simone dell’Editore Liguori ci dice e ci insegna cos’è la critica, cos’è lo studio, cos’è pensare con i giganti del pensiero che non cessano mai di pensare dentro di noi, che non cessano mai di farci tenere gli occhi aperti e l’animo vigile. Se solo ci decidessimo ad ascoltarli davvero, dopo averli letti e studiati, saremmo altri uomini, abiteremmo altri mondi.

 

La Repubblica - 10 febbraio 2012
La filosofia del non so che Jankélévitch, esploratore del pensiero quotidiano, di Roberto Esposito

In una stagione, come questa, caratterizzata dalla assoluta incertezza delle prospettivee quasi da un' inafferrabilità di ciò che sta al fondo dell' esperienza quotidiana, il pensiero di Valdimir Jankélévitch, espressamente rivolto alle figure del non-so-che e dell' incompiuto torna ad interpellarci. "Un lampo... poi la notte! - O fuggitiva beltà,/ per il cui sguardo all' improvviso sono rinato,/ non potrò vederti che nell' eternità?/ In un altro luogo, ben lontano di qui, e troppo tardi, mai forse!/ Perché ignoro dove fuggi, e tu non sai dove io vado". E' difficile trovare qualcosa che, più di questi versi di Baudelaire, dedicati A una passante (in I Fiori del male ), restituisca l' ispirazione e la tonalità di fondo del filosofo, di cui, a pochi mesi di distanza da Il non-so-che e il quasi-niente, esce adesso, sempre da Einaudi, e ancora a cura e con una intensa introduzione di Enrica Lisciani Petrini, Da qualche parte nell' incompiuto. Nelle pagine iniziali del libro- costituito da una lunga intervista fattagli dall' allieva e scrittrice Béatrice Berlowitz - , il filosofo descrive l' Occasione come un lampo fuggitivo, una traccia inafferrabile, una stella cadente che scompare nel momento stesso in cui si accende. In essa la novità irrompe, improvvisa, nel teatro del mondo, per poi esplodere in mille frammenti. Per afferrarla prima che si dissolva, bisogna attendere l' attimo propizio, anticipandola nei suoi movimenti repentini come il cacciatore con una velocissima preda. E' perciò che all' Occasione ci si avvicina sulla punta dell' anima - afferma Giovanni della Croce -, sapendo che difficilmente tornerà a battere una seconda volta alla nostra porta. E tuttavia non si deve scambiare quest' attenzione all' aspetto instabile delle cose, al rincorrersi abbagliante e caduco delle apparenze, con una sorta di relativismo etico. L' intera vita di Jankélévitch sta a dimostrare il contrario. Iscritto nel 1940 al Front populaire, quando vengono promulgate le leggi razziali in Francia il filosofo ebreo-francese di origine russa entra in clandestinità per battersi nella Resistenza. Dopo la guerra il suo impegno, sempre nella sinistra, non viene mai meno, per trovare nel Sessantotto una nuova occasione di militanza, fino alla battaglia in difesa dell' insegnamento della filosofia nei Licei. E allora? Come conciliare l' eleganza impalpabile, la seduzione dello charme, la leggerezza di una scrittura aderente fino alle più intime fibre al carattere chiaroscurale dell' esistenza, con la dura intransigenza etica delle sue scelte e anche con un testardo rigore filosofico? La curatrice italiana del libro lo spiega richiamandosi al plafond bergsoniano di Jankélévitch: considerando, come fa appunto Bergson, l' intera realtà un flusso temporale in continuo mutamento, egli esclude che si possa accedere all' essenza ultima delle cose, che resta così imperscrutabile ed ineffabile. Ma proprio per questo, all' interno dell' unico mondo in cui si snoda la nostra vita abbiamo piena libertà di comportamento e dunque tutta la responsabilità delle nostre azioni. Naturalmente, essendo la realtà stessa costituita da un tessuto mobile, sfrangiato e plurale, anche il nostro atteggiamento non potrà essere definito da un rigido schema normativo, dovrà tenere conto di situazioni diverse, aderendo alle infinite pieghe della vita come di volta in volta ci si presenta. Da qui non solo il rifiuto di ogni imperativo categorico di matrice kantiana, ma anche la dichiarata sintonia con un sociologo del quotidiano come Simmel - su cui si veda la recentissima monografia di Antonio De Simone Conflitto e società (Liguori). Ciò che li unisce è una medesima sensibilità per i fenomeni più ordinari, pulviscolari, dell' esistenza - il tutto-il-giorno di tutti i giorni, come egli stesso si esprime. Al suo fondo vi è il rifiuto di ogni pretesa di conoscere l' intero significato di ciò che si sta facendo, della vita effettiva colta nel suo semplice farsi. Se si chiede all' acrobata come fa a mantenersi sulla punta della guglia di Notre-Dame, egli perderà l' equilibrio e si schiaccerà al suolo, come la farfalla che, avvicinatasi troppo al fuoco, rischia di diventare un pizzico di ceneri. Ciò non vuol dire, per Jankélévitch, chiudersi nel recinto dell' assoluta immanenza - come accade, invece, a Deleuze lungo l' altra filiera che si origina da Bergson. Nona caso resta forte in lui il richiamo alla mistica ebraica, spagnola ed anche russa. Lo stesso tema del "non-soche" è, del resto, riconducibile a quell' Angelus Silesius che in uno dei suoi primi distici del Pellegrino cherubico, scrive "Ciò che sono non lo so ancora, ciò che so, non lo sono più". Il punto da cogliere, per penetrare nel nucleo più intimo del discorso di Jankélévitch, in una forma che lo accosta ad autori altrettanto eterodossi come Georges Bataille e Michel Leiris, è che la sfera del mistico,o del sacro, non trascende il piano del quotidiano, ma fa tutt' uno con esso (si veda, di Leiris, lo straordinario testo Il sacro nella vita quotidiana, ora in Il collegio di sociologia, Bollati Boringhieri 1991). E' così che tutte quelle che possono sembrare delle aporie non sono altro che la paradossale convergenza dei contrari sottesa all' intera riflessione di Jankélévitch. Essi, tutt' altro che escludersi, o ricomporsi in una sintesi dialettica, si coappartengono, finoa costituire l' uno il cuore segreto dell' altro. Così accade, nella sfera dell' etica, per il rapporto, apparentemente antinomico, tra l' esperienza del perdono e l' irredimibilità della colpa. Una volta fatto, il male non si cancella nulla può portare in vita l' esistenza violata o distrutta, come quella del popolo ebraico nel genocidio. Da questo punto di vista il crimine è in sé imperdonabile. Ma proprio ciò che è in sé imperdonabile sfida il perdono a toccare il suo margine più estremo, come un amore non ricambiato è, più di ogni altro, il "puro amore" - atto di dedizione assoluta, senza condizioni o ricompense. E' la stessa relazione contraddittoria che lega in un unico nodo musica e silenzio. Non soltanto la musica è circondata, scandita, inaugurata dal silenzio. Nel suo fondo inascoltato, è silenzio essa stessa. La musica vive del silenzio, come nei pianissimo di Albéniz, nei passaggi tonali di Debussy, nelle battute mute di Liszt. In queste pagine su musica e silenzio, musicali anche esse, Jankélévitch dà il meglio di se stesso. Il silenzio è origine, materia e fine della musica. Un respiro tacito che la penetra e l' avvolge spingendola oltre se stessa verso quell' ineffabile che esprime il mistero stesso della vita. E che altro è, la vita, per venire all' ultimo contrasto, se non insieme il contrario e il luogo elettivo della morte. Più che ciò che resiste alla morte, come ancora sosteneva il grande medico Bichat, la vita è ciò che resiste a qualcosa che è essa stessa. Essa è la prima contraddizione da cui tutte le altre provengono. Perciò l' immagine minacciosa dello scheletro con la falce è insieme erratae giusta. La morte nonè un drago che aggredisca la vita dall' esterno, ma una forza della vita che, senza dirci come, dove e quando, nasce al suo interno fino ad inghiottirla nel suo vuoto di senso. -