Il Nuovo Molise - 25 marzo 2012
Conflitto e socialità, l’antagonismo di De Simone, di Davide D'Alessandro
Non ci sono traguardi per Antonio De Simone, il filosofo leccese di stanza in quel d’Urbino. Non perché non se li ponga, ma perché finisce sempre per oltrepassarli, senza raggiungerli. Sempre in cammino, sempre in ricerca, leggendo e scrivendo, scrivendo e leggendo, ci regala un altro libro di pregio, per idee e contenuti, ospitato nella Collana Liguori “Teorie & Oggetti della Filosofia”, diretta da Roberto Esposito. “Conflitto e Socialità. La contingenza dell’antagonismo” percorre tragitti, apre prospettive, attraversa teorie, illumina le opere degli ultimi veri pensatori che hanno pensato, da Hegel a Marx, da Weber a Simmel, da Löwith a Canetti, da Abensour a Rancière, da Taylor ad Habermas, senza trascurare l’ordine del conflitto tra Machiavelli e Hobbes. Chi ha letto “Ragione e retorica nella filosofia di Hobbes”, la monumentale e originale riflessione di Skinner, sa che dal filosofo inglese nessuno che argomenti su potere, conflitto e forza, può prescindere. Scrive De Simone: “Questo libro nasce da molti interrogativi che partono dal presente e, nelle sue linee guida, ha una genesi che risale a un tempo solo molto relativamente vicino. Pur tuttavia, esso è stato scritto nel periodo che è stato definito dei turbolent teens, ovvero negli anni Dieci del XXI secolo, un decennio oltremodo di confusione, disordine e frammentazione, ma soprattutto di «esclusione inclusiva» (Žizek) che, estremizzando nell’umano l’individualismo, le paure e gli interessi, ha trovato il suo principale antagonista nella politica delle voci dei molti che si riconoscono nel principio del bene comune e della solidarietà responsabile quale espressione di un pensiero per-altri”. C’è sempre l’uomo nei libri di De Simone, la sua condizione precaria, sospesa, la sua difficoltà di occupare stabilmente la sfera pubblica, la sua necessità di essere libero nella relazione, nella contaminazione, nel confronto, nel conflitto. Guai a eliminare il conflitto! Guai a eliminare l’antagonismo che non può mai essere violenza, ma contrasto, opposizione, domanda d’altro; attesa non di un nuovo mondo, non di un sole dell’avvenire che mai verrà, ma di una democrazia vera, partecipata, costruita giorno per giorno dibattendo, riconoscendosi reciprocamente sul gran teatro del mondo. Un mondo cupo, pietoso, sempre abitato dal discorso del capitalista, dal consumo delle merci e delle menti, un uomo asservito che sembra aver smarrito le sue peculiarità. È re, dice Severino, e si sente schiavo. È eterno e si sente mortale, troppo mortale, dopo essere stato umano, troppo umano. Nelle pagine più intense del libro, De Simone evidenzia cosa può non un corpo, per dirla con Deleuze, ma cosa può il capitale sul corpo, cosa può il capitale sull’uomo, come può estraniarlo, ridurlo, assimilarlo. L’uomo, allora, è chiamato a scuotersi, ad aprire il conflitto ma, prima di aprire il conflitto, a ritrovare dentro se stesso il desiderio antico, ciò che lo muove e lo indirizza, ciò che lo tiene in vita. È chiamato, in ricordo di Lacan, a non cedere sul desiderio, che non può essere il desiderio di apparire, di comprare mentre viene comprato, ma il desiderio inconscio di cui ancora non sa, il desiderio irriducibile che lo rende uomo. Singolare e plurale. Le logiche del dominio, il potere che tutto invade, il capitale che tutto pervade, hanno bisogno di un uomo consapevole prima che oppositivo e conflittuale, di un uomo che viva e non che canettianamente sopravviva, di un uomo che sappia dire “noi” sapendo di non poter più dire “io”. Ecco il cuore pulsante del libro di De Simone, un altro libro che scatta una radiografia esemplare del tempo presente, senza sconti e mediazioni, un altro libro che non smette di sperare anche quando sembra non vi sia più posto neppure per la speranza. Dopo “L’ineffabile chiasmo”, “Intersoggetività e norma” e “L’inquieto vincolo dell’umano”, il quarto De Simone dell’Editore Liguori ci dice e ci insegna cos’è la critica, cos’è lo studio, cos’è pensare con i giganti del pensiero che non cessano mai di pensare dentro di noi, che non cessano mai di farci tenere gli occhi aperti e l’animo vigile. Se solo ci decidessimo ad ascoltarli davvero, dopo averli letti e studiati, saremmo altri uomini, abiteremmo altri mondi.
La Repubblica - 10 febbraio 2012
La filosofia del non so che Jankélévitch, esploratore del pensiero quotidiano, di Roberto Esposito
In una stagione, come questa, caratterizzata dalla assoluta incertezza delle prospettivee quasi da un' inafferrabilità di ciò che sta al fondo dell' esperienza quotidiana, il pensiero di Valdimir Jankélévitch, espressamente rivolto alle figure del non-so-che e dell' incompiuto torna ad interpellarci. "Un lampo... poi la notte! - O fuggitiva beltà,/ per il cui sguardo all' improvviso sono rinato,/ non potrò vederti che nell' eternità?/ In un altro luogo, ben lontano di qui, e troppo tardi, mai forse!/ Perché ignoro dove fuggi, e tu non sai dove io vado". E' difficile trovare qualcosa che, più di questi versi di Baudelaire, dedicati A una passante (in I Fiori del male ), restituisca l' ispirazione e la tonalità di fondo del filosofo, di cui, a pochi mesi di distanza da Il non-so-che e il quasi-niente, esce adesso, sempre da Einaudi, e ancora a cura e con una intensa introduzione di Enrica Lisciani Petrini, Da qualche parte nell' incompiuto. Nelle pagine iniziali del libro- costituito da una lunga intervista fattagli dall' allieva e scrittrice Béatrice Berlowitz - , il filosofo descrive l' Occasione come un lampo fuggitivo, una traccia inafferrabile, una stella cadente che scompare nel momento stesso in cui si accende. In essa la novità irrompe, improvvisa, nel teatro del mondo, per poi esplodere in mille frammenti. Per afferrarla prima che si dissolva, bisogna attendere l' attimo propizio, anticipandola nei suoi movimenti repentini come il cacciatore con una velocissima preda. E' perciò che all' Occasione ci si avvicina sulla punta dell' anima - afferma Giovanni della Croce -, sapendo che difficilmente tornerà a battere una seconda volta alla nostra porta. E tuttavia non si deve scambiare quest' attenzione all' aspetto instabile delle cose, al rincorrersi abbagliante e caduco delle apparenze, con una sorta di relativismo etico. L' intera vita di Jankélévitch sta a dimostrare il contrario. Iscritto nel 1940 al Front populaire, quando vengono promulgate le leggi razziali in Francia il filosofo ebreo-francese di origine russa entra in clandestinità per battersi nella Resistenza. Dopo la guerra il suo impegno, sempre nella sinistra, non viene mai meno, per trovare nel Sessantotto una nuova occasione di militanza, fino alla battaglia in difesa dell' insegnamento della filosofia nei Licei. E allora? Come conciliare l' eleganza impalpabile, la seduzione dello charme, la leggerezza di una scrittura aderente fino alle più intime fibre al carattere chiaroscurale dell' esistenza, con la dura intransigenza etica delle sue scelte e anche con un testardo rigore filosofico? La curatrice italiana del libro lo spiega richiamandosi al plafond bergsoniano di Jankélévitch: considerando, come fa appunto Bergson, l' intera realtà un flusso temporale in continuo mutamento, egli esclude che si possa accedere all' essenza ultima delle cose, che resta così imperscrutabile ed ineffabile. Ma proprio per questo, all' interno dell' unico mondo in cui si snoda la nostra vita abbiamo piena libertà di comportamento e dunque tutta la responsabilità delle nostre azioni. Naturalmente, essendo la realtà stessa costituita da un tessuto mobile, sfrangiato e plurale, anche il nostro atteggiamento non potrà essere definito da un rigido schema normativo, dovrà tenere conto di situazioni diverse, aderendo alle infinite pieghe della vita come di volta in volta ci si presenta. Da qui non solo il rifiuto di ogni imperativo categorico di matrice kantiana, ma anche la dichiarata sintonia con un sociologo del quotidiano come Simmel - su cui si veda la recentissima monografia di Antonio De Simone Conflitto e società (Liguori). Ciò che li unisce è una medesima sensibilità per i fenomeni più ordinari, pulviscolari, dell' esistenza - il tutto-il-giorno di tutti i giorni, come egli stesso si esprime. Al suo fondo vi è il rifiuto di ogni pretesa di conoscere l' intero significato di ciò che si sta facendo, della vita effettiva colta nel suo semplice farsi. Se si chiede all' acrobata come fa a mantenersi sulla punta della guglia di Notre-Dame, egli perderà l' equilibrio e si schiaccerà al suolo, come la farfalla che, avvicinatasi troppo al fuoco, rischia di diventare un pizzico di ceneri. Ciò non vuol dire, per Jankélévitch, chiudersi nel recinto dell' assoluta immanenza - come accade, invece, a Deleuze lungo l' altra filiera che si origina da Bergson. Nona caso resta forte in lui il richiamo alla mistica ebraica, spagnola ed anche russa. Lo stesso tema del "non-soche" è, del resto, riconducibile a quell' Angelus Silesius che in uno dei suoi primi distici del Pellegrino cherubico, scrive "Ciò che sono non lo so ancora, ciò che so, non lo sono più". Il punto da cogliere, per penetrare nel nucleo più intimo del discorso di Jankélévitch, in una forma che lo accosta ad autori altrettanto eterodossi come Georges Bataille e Michel Leiris, è che la sfera del mistico,o del sacro, non trascende il piano del quotidiano, ma fa tutt' uno con esso (si veda, di Leiris, lo straordinario testo Il sacro nella vita quotidiana, ora in Il collegio di sociologia, Bollati Boringhieri 1991). E' così che tutte quelle che possono sembrare delle aporie non sono altro che la paradossale convergenza dei contrari sottesa all' intera riflessione di Jankélévitch. Essi, tutt' altro che escludersi, o ricomporsi in una sintesi dialettica, si coappartengono, finoa costituire l' uno il cuore segreto dell' altro. Così accade, nella sfera dell' etica, per il rapporto, apparentemente antinomico, tra l' esperienza del perdono e l' irredimibilità della colpa. Una volta fatto, il male non si cancella nulla può portare in vita l' esistenza violata o distrutta, come quella del popolo ebraico nel genocidio. Da questo punto di vista il crimine è in sé imperdonabile. Ma proprio ciò che è in sé imperdonabile sfida il perdono a toccare il suo margine più estremo, come un amore non ricambiato è, più di ogni altro, il "puro amore" - atto di dedizione assoluta, senza condizioni o ricompense. E' la stessa relazione contraddittoria che lega in un unico nodo musica e silenzio. Non soltanto la musica è circondata, scandita, inaugurata dal silenzio. Nel suo fondo inascoltato, è silenzio essa stessa. La musica vive del silenzio, come nei pianissimo di Albéniz, nei passaggi tonali di Debussy, nelle battute mute di Liszt. In queste pagine su musica e silenzio, musicali anche esse, Jankélévitch dà il meglio di se stesso. Il silenzio è origine, materia e fine della musica. Un respiro tacito che la penetra e l' avvolge spingendola oltre se stessa verso quell' ineffabile che esprime il mistero stesso della vita. E che altro è, la vita, per venire all' ultimo contrasto, se non insieme il contrario e il luogo elettivo della morte. Più che ciò che resiste alla morte, come ancora sosteneva il grande medico Bichat, la vita è ciò che resiste a qualcosa che è essa stessa. Essa è la prima contraddizione da cui tutte le altre provengono. Perciò l' immagine minacciosa dello scheletro con la falce è insieme erratae giusta. La morte nonè un drago che aggredisca la vita dall' esterno, ma una forza della vita che, senza dirci come, dove e quando, nasce al suo interno fino ad inghiottirla nel suo vuoto di senso. -