Sussurri & grida”, XVII, n. 12, Dicembre 2010
Roman Jakobson, un uomo del futuro
Un volume di Matteo D’Ambrosio descrive la figura del grande linguista russo-americano, che fu poeta futurista e incontrò in Russia, nel 1914, Filippo Tommaso Marinetti di Alexandre Urussov
Ormai si è placato il clamore mediatico suscitato dalle celebrazioni del centenario della nascita del Futurismo, il movimento che si era rumorosamente affacciato al mondo nel 1909 con la pubblicazione del famoso “Manifesto” di Tommaso Marinetti. Rimane il ricordo di qualche mostra di pittura e scultura futurista (su queste pagine, per esempio, abbiamo parlato della grande mostra a Mosca) e di qualche convegno con poche, dobbiamo ammettere, nuove scoperte. Ma rimangono libri che svelano aspetti del tutto inediti del fenomeno, particolari poco conosciuti o ripresentati in un contesto o in una visione originale. Tra questi c’è il libro “Roman Jakobson e il Futurismo italiano” di Matteo D’Ambrosio (Napoli, Liguori Editore, 2009).
Matteo D’Ambrosio, docente di Storia della critica letteraria presso l’Università di Napoli “Federico II”, semiologo e storico delle avanguardie, ha dedicato questo volume a Roman Jakobson, uno dei maggiori linguisti e teorici della letteratura del Novecento. I principi teorici e i risultati creativi che ci hanno consegnato le avanguardie artistiche e letterarie vanno interpretati partendo, innanzitutto, dalle riflessioni dei maggiori studiosi del primo Novecento. E chi se non proprio Roman Jakobson, poeta futurista in gioventù, linguista di fama mondiale in età matura, può meglio indagare sull’argomento? Da giovane, Jakobson fu l’unico, tra i futuristi russi, in grado di comunicare (in francese) con Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista italiano, il quale, all’inizio del 1914, si recò a Mosca e Pietroburgo per tenervi alcune conferenze. Il libro di D’Ambrosio raccoglie centinaia di documenti, spesso inediti in Italia, che raccontano anche storie a volte molto curiose sui primi contatti tra gli avanguardisti russi e Marinetti. Si sa che il movimento futurista in Russia non fu affatto secondario rispetto al futurismo italiano né assenziente.
Nato in seguito a un periodo di grande risveglio culturale e spirituale della Russia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si è subito distinto per originalità, indipendenza e anche per una certa “caparbietà”, soprattutto in campo letterario. Basti dire che una notevole parte dei futuristi russi, seguendo le teorie del grande Velimir Chlebnikov, rifiutava persino il nome “futurista” preferendo la parola inventata da lui: “budetljnin”, dal fonema della parola russa “budet” (sarà). Il quinto capitolo del volume è dedicato al saggio di Jakobson su Chlebnikov e la nuova poesia russa.
La nuova traduzione integrale delle prime pagine permette di abbandonare definitivamente le traduzioni precedenti, in cui erano stati soppressi proprio i passaggi che dimostrano come alcuni sviluppi decisivi del pensiero critico di Jakobson emergano da una riflessione approfondita sulle differenze che separano il Futurismo russo da quello italiano. Sollecitato in particolare dai caratteri più innovativi della poesia di Chlebnikov – che considerava il maggior poeta del Novecento – Jakobson si sofferma sui fenomeni relativi alla materialità acustica del segno, che riguardavano in particolare il progetto di una nuova lingua della poesia russa, denominata zaum’: una poesia allo stato puro, autonoma, valida in sé, intesa come parola-suono. Come scrive D’Ambrosio, il linguaggio zaum’, uno degli sviluppi più radicali e incisivi del Futurismo russo, «prepara, insieme con ricerche condotte dai futuristi italiani e dai dadaisti, gli sviluppi della poesia fonetica e sonora, una tendenza post-verbale che nel secondo Novecento ha individuato inediti modelli e dispositivi testuali, usufruendo di mezzi, linguaggi e codici che le avanguardie storiche non possedevano». Forse sarebbe più giusto, a mio modesto parere, chiamare il libro “Jakobson e la sua visione del futurismo russo in contrapposizione con quello italiano”, ma l’autore ha deciso diversamente. Bisogna comunque ricordare che il volume è dotato di un ricchissimo apparato critico-bibliografico e presenta due articoli di Jakobson in una nuova traduzione italiana integrale.
Il Verri, febbraio 2010
Dispositivi testuali e innovazioni radicali. Una messa a punto sui rapporti fra Jakobson e il futurismo, di Giovanni Bove
Il centenario del Futurismo italiano continua a generare lavori interessanti e stimabili. Questi trovano la loro origine nella rilettura di documenti storici seminali e nel tentativo di far luce sull’ermeneutica che ha forgiato posizioni critiche o tracciato linee di ricerca che troppo spesso sono risultate dominanti o incontrastate. Il volume di Matteo D’Ambrosio, dal titolo Roman Jakobson e il futurismo italiano, prova a far luce sul pensiero del grande linguista e teorico della letteratura circa il futurismo italiano in relazione con quello russo. Di fatto, prendendo spunto da due documenti eccezionali come lo scritto di Jakobson del 1919 intitolato appunto Futurismo e il saggio Nuova poesia russa del 1921, nelle sue pagine D’Ambrosio da un lato esplicita il peso che il giudizio negativo di Jakobson ha avuto su gran parte della teoria e critica letteraria della seconda metà del Novecento; dall’altro l’autore invita a considerare quanto episodi di critica, come appunto quello di Jakobson, possano contribuire al valore fondamentale e unico del rapporto che può instaurarsi fra la genesi di «logiche interpretative non tradizionali» e «dispositivi testuali» di carattere innovativo. In questa direzione, infatti, l’auspicio è che nella contemporaneità qualcosa di simile accada sia nella teoria sia nella critica letteraria che guardano alle nuove forme letterarie affidate a strumenti dell’informatica. In effetti, se il lavoro delle avanguardie è preso in considerazione come un generatore di forme testuali inaudite, i contributi del futurismo italiano e di quello russo si pongono su due binari che portano direttamente alle problematiche di linguaggio che finirono per attirare le energie dei formalisti russi. A tal riguardo, il percorso offerto da D’Ambrosio è di carattere semio-linguistico e letterario; tuttavia, sono tenuti in considerazione non solo titoli di tali ambiti - come il fondamentale Formalismo e avanguardia in Russia di Ignazio Ambrogio (Editori Riuniti, Roma 1968) e Il futurismo russo e le teorie del linguaggio transmentale di Marzio Marzaduri, (“il verri” n. 31/32, 1983) - ma anche testi come quello di Vladimir Markov Russian Futurism: a History (University of California Press, Berkeley 1968) e Cesare G. De Michelis (Il futurismo italiano in Russia, 1909-1929, De Donato, Bari 1973), dal quale sono tratti alcuni passi della traduzione dello scritto di Jakobson del 1921. Uno dei tratti costitutivi del volume di D’Ambrosio è l’attenzione riservata alla traduzione degli scritti del grande linguista e al valore che essi hanno assunto nel determinare la posizione della teoria e della critica letteraria a partire dalla seconda metà del Novecento. Infatti, in allegato D’Ambrosio propone una prima traduzione italiana integrale dei due scritti trattati: ci si augura che questo sforzo possa di fatto determinare una nuova direzione di lettura e diversi studi critici circa l’analisi di quel linguaggio d’avanguardia che futuristi italiani e russi in diverso modo realizzarono. Gli sforzi dei futuristi italiani e di quelli russi, in effetti, si ritrovano al centro dello scritto di Jakobson, così come dalle osservazioni di D’Ambrosio risulta la vicenda storica che ha visto il viaggio di Filippo Tommaso Marinetti in Russia e le sue conferenze a Mosca nel 1914. La questione relativa ai rapporti fra il futurismo italiano e quello russo può essere approcciata da diversi punti di vista, che in qualche modo poggiano sulla storicizzazione senza tuttavia neutralizzare una visione più “osmotica” dell’humus culturale da cui l’avanguardia traeva linfa vitale. Uno degli spunti più affascinanti è il rapporto fra il pensiero di Jakobson e la teoria della relatività, così come emerge dai passi riportati da D’Ambrosio e relativi allo scritto del 1919. Sulla base del principio della relatività, Jakobson richiama la nozione di tempo citando Orest Danilovi Chvol’son e Nikolaj Alekseyevich Umov, commentatori russi della fisica di Einstein: «La nuova dottrina nega la natura assoluta del tempo, e pertanto l’esistenza di un tempo universale. Ognuno dei sistemi in movimento possiede il suo proprio tempo, in ognuno la velocità di scorrimento del tempo non è la stessa». E nel 1962, in maniera più specificamente personale, il linguista dichiarava che «l’impulso più forte a mutare il modo di accostare il linguaggio e la linguistica forse lo diede, per lo meno a me, il turbolento movimento artistico dell’inizio del ventesimo secolo [...]. Quelli tra noi che erano interessati al linguaggio impararono ad applicare il principio di relatività alle operazioni linguistiche»; tale dichiarazione, riportata da D’Ambrosio nel terzo capitolo “L’articolo sul Futurismo (1919)” trova un punto di raccordo anche in un’altra citazione per la quale D’Ambrosio riporta espressamente le opinioni di Jakobson circa le correnti di pittura che producevano delle radicali svolte espressive: così alla discontinuità spaziale del Cubismo Jakobson opponeva quella cronologica del Futurismo, ponendosi in una prospettiva di tipo semiotico originata proprio dalle discussioni con gli artisti visivi sui rapporti fra pittura e poesia. Infine, sempre nello stesso capitolo, da un’intervista rilasciata nel 1976 da Jakobson e pubblicata su “Critique”, XXII, n. 343, D’Ambrosio riporta uno dei passi più significativi che rendono conto della profonda influenza che il “sistema significante” di tipo visivo avrebbe avuto sul pensiero del giovane Jakobson, aprendo a diverse problematiche: «Par hasard, mon adolescence s’est passée parmi de jeunes peintres et j’ai eu avec eux des longues discussions sur les rapports entre la peinture et la poésie, entre les signes visuels d’une part, et les signes verbaux d’autre part». La vivacità del pensiero del giovane Jakobson risulta insomma come uno degli aspetti più evidenti del suo percorso formativo. Lo studio di D’Ambrosio ricostruisce per passi e considerazioni critiche il pensiero del futuro linguista proprio durante gli anni in cui frequentava pittori e poeti confrontandosi con essi. Un altro degli aspetti determinanti di questo testo risulta essere la riflessione attorno alla specificità del segno poetico così come si andava formando per mezzo degli esperimenti dei futuristi russi. Come mette in chiaro D’Ambrosio, gli anni giovanili di Jakobson videro la sua partecipazione agli ambienti del futurismo russo, che ricercava in poesia la realizzazione della zaum, la cosiddetta poesia allo stato puro, autonoma, valida in sé, intesa come parola-suono nella lingua trasmentale dei poeti che la creavano;; parallelamente, la nascita dell’Opojaz fondata da Slovskij aprì la strada al Formalismo. Della relazione fra l’opera di Slovskij e il pensiero di Jakobson vi sono chiari riferimenti nel capitolo 4 intitolato “Futurismo e formalismo”: l’idea di D’Ambrosio è che probabilmente Jakobson, nel suo scritto, sostenendo che Futurismo e Cubismo «usano ampiamente il processo della percezione difficoltosa, che in poesia corrisponde alla costruzione a gradini, scoperta dai teorici contemporanei» conosceva l’opinione di Sklosvkij espressa nel suo saggio Rapporti tra gli artifici della costruzione della trama e i comuni artifici stilistici (nel paragrafo “Composizione a scala e ritardo”) pubblicato proprio nel 1919. L’avvicinamento di Jakobson alle posizioni formaliste prendeva così piede partendo dalla riflessione circa la realizzazione di opere d’arte, in particolare di poesie derivate da una lingua nuova e pronta ad alimentare una tendenza verso il linguaggio nuovo e poetico. Naturalmente, all’origine di tale processo si colloca l’operato di Chlebnikov. Come sottolinea D’Ambrosio, in effetti, la zaum è considerabile come uno degli sviluppi più radicali e incisivi del Futurismo russo e «prepara, insieme con ricerche condotte dai futuristi italiani e dai dadaisti, gli sviluppi della poesia fonetica e sonora, una tendenza post-verbale che nel secondo Novecento ha individuato inediti modelli e dispositivi testuali, usufruendo di mezzi, linguaggi e codici che le avanguardie storiche non possedevano». Circa il futurismo italiano, invece, D’Ambrosio nota che l’equivalente della zaum può essere indicata nell’“onomalingua” di Fortunato Depero, i cui fonemi sono stati definiti da Glauco Viazzi come «dotati di significanza, non di significato». L’opinione di Jakobson sulla poesia futurista di Chlebnikov è ampiamente riportata da D’Ambrosio, al fine di introdurre la posizione del linguista rispetto alla produzione in versi del Futurismo italiano. In particolare, il quinto capitolo (“Il futurismo italiano nel saggio su Chlebnikov e la nuova poesia russa”) indica alcuni titoli (come ad esempio Questions de poétique curata da Tzvetan Todorov e pubblicata nel 1973 in Francia con la relativa edizione italiana Poetica e poesia, Einaudi, Torino 1985), che riportavano tagli significativi per comprendere alcuni sviluppi del pensiero di Jakobson circa il Futurismo italiano, le linee teoriche dei manifesti di Marinetti o l’opera dello stesso Chlebnikov. Si tratta di aspetti che grazie alla precisazione di D’Ambrosio permettono di comprendere non solo il passaggio del linguista nell’ambito del formalismo, ma anche l’attenzione rivolta all’espressività sonora: è proprio tale attenzione, infatti, che porterà gradualmente alla formulazione della «funzione poetica» (estetica, come rileva D’Ambrosio). Il volume si chiude con due documenti di singolare interesse. Il primo è una lettera scritta da Reval (l’attuale Tallinn, in Estonia) e contenente alcuni commenti sulla diffusione del Futurismo italiano: D’Ambrosio sottolinea la disomogeneità delle informazioni riportate da Jakobson. Il secondo è un pezzo del 1921, scritto da Berlino dopo la visita a una mostra dadaista: il linguista sostiene che «non v’è niente di nuovo rispetto al futurismo italiano e russo». Secondo D’Ambrosio egli porta l’attenzione non sulla nuova produzione creativa Dada, ma «sulle poetiche e i loro principi teorici». Dalle osservazioni di D’Ambrosio emerge che il pensiero di Jakobson riportato in questo articolo può essere esteso a una problematica centrale nella teoria dei generi e al suo sviluppo in ambito formalista. Il riferimento va infatti alla relazione fra norma e violazione della stessa, per la quale Dada «si è potuto rendere interprete» proprio di quel relativismo di cui lo stesso Jakobson risulta essere convinto assertore. Il percorso offerto da D’Ambrosio, dunque, riporta la speculazione linguistica nel cuore delle «rivoluzioni dell’espressione» esplorando passi e considerazioni che rendono gli scritti di Jakobson ancora una volta oggetto di fascino e dibattito.
ItalianFuturism.org, 23 dicembre 2009 di Jessica Palmieri Roman Jakobson, uno dei maggiori linguisti e teorici della letteratura, in gioventù fu poeta futurista e incontrò Marinetti. Nei suoi primi scritti mise più volte a confronto il Futurismo italiano con le esperienze dell’avanguardia russa, del Cubismo e del Dadaismo. In questo volume sono analizzati in particolare l’articolo del 1919 sul Futurismo (ispirato dal formalismo e dalla teoria della relatività einsteiniana) e alcune pagine del saggio del 1921 su Chlebnikov e la nuova poesia russa, in cui Jakobson privilegia la riflessione sulla materialità acustica del segno e sull’autonomia della parola poetica, esamina alcuni manifesti marinettiani ed elabora proposte metodologiche alla base della teoria e della critica letteraria del Novecento. In allegato una loro prima traduzione italiana integrale.