Il Mattino, 17 marzo 2009
di Titti Marrone
L´estate 1939 in Europa e sull´intero Mediterraneo fu quasi ovunque tiepida, con giornate di splendenti cieli azzurri di rado attraversati dalle nubi. Le leggi razziali erano state promulgate l´anno precedente e venivano applicate con sempre maggior diligenza; in marzo con il nome di Pio XII era stato eletto papa Eugenio Pacelli; in aprile l´esercito italiano aveva occupato l´Albania. Ma anche se i più avevano sentore di trovarsi sull´orlo del baratro - né la firma del patto d´Acciaio tra Germania e Italia poteva essere interpretata come foriera di pace - quasi non si aveva orecchie per il peggio che bussava alla porta. Il disastro sarebbe cominciato di lì a poco, dopo la firma del patto Ribbentrop-Molotov di fine agosto E con l´invasione nazista della Polonia dell´1 settembre. «L´estate non finisce mai e nella casetta presso Cartagine, a Salammbô, assaporiamo la gioia delle lunghe passeggiate, dei bagni, delle spiagge puliten e deserte», annotava Giorgio Amendola in una lettera dalla Tunisia, e aggiungeva: «È in tutti noi la coscienza di godere di una breve proroga: i giorni difficili non mancheranno. E questa sensazione di precarietà accresce il fascino di questo momento». In Tunisia, Amendola era stato inviato dal partito comunista della clandestinità parigina insieme con Velio Spano. Missione che evidenzia l´importanza rivestita, per essi, dalla comunità italiana in quel Paese, che si sperava di orientare a favore dell´antifascismo. A ricostruire quella pagina di storia recente, densa di passioni e motivazioni che oggi possono apparire plausibili solo su un altro pianeta, è il libro Italiani e antifascisti in Tunisia negli anni Trenta curato da Lucia Valenzi (anche autrice del saggio di apertura). Il libro, arricchito da uno scritto di Teresa Tomaselli sui giornali italiani di quel Paese, da una nota sui luoghi di Sonia Gallico e da un´introduzione di Giuseppe Galasso (Liguori, pagg. 97, euro 12,50), verrà presentato domani alle 17 all´Istituto di Scienze umane in via Toledo da Emilio Franzina, Luigi Mascilli Migliorini e Romain Rainero. Per i comunisti italiani la Tunisia era importante a causa dei tanti connazionali lì presenti: il censimento francese del 1921 riferisce di una comunità italiana (84.799 persone) assai più numerosa di quella del Paese colonizzatore (54.476). La più antica componente del gruppo italiano era quella dei «grana», ebrei livornesi - come i Valenzi - per lo più patriottici sostenitori della causa della Tunisia all´Italia. Da qui parte la ricerca di Lucia Valenzi, forte di testimonianze di prima mano e del fascino di un «occhio interno», essendo rivolta anche a una parte della propria famiglia, cioè agli anni giovanili del padre Maurizio, precedenti l´epoca in cui un errore di trascrizione sostituì con una «z» la «s» del cognome. Nelle prime pagine conosciamo un gruppo di famiglie - oltre ai Valenzi, i Gallico, i Barresi, i Cohen, i Bensasson - i cui ragazzi vivono in un ambiente cosmopolita e anticonformista, e si avvicinano al comunismo senza rinunciare all´allegria e ai comportamenti goliardici. Memorabile lo scherzo del giovane Maurizio al nuovo fascistissimo preside della scuola; o il modo in cui istruisce i braccianti arabi sullo sconosciuto concetto di sciopero. L´arrivo di Amendola e Spano segna una svolta verso la maturazione dei giovani e, al tempo stesso, il logoramento del legame con altre forze antifasciste, come gli anarchici. Ma per Lucia Valenzi è soprattutto «il rapporto con le forze dell´indipendentismo arabo» l´occasione perduta dei comunisti italiani in Tunisia. A volte, ricostruiti «in piccolo», gli errori del passato si vedono meglio: così, qui risalta fortemente l´appoggio che nell´estate del 1939, come gli altri dirigenti comunisti, Amendola diede dalla Tunisia alla firma del patto tra Hitler e Stalin del 23 agosto. E su tutt´altro piano, colpisce l´invadenza del partito nelle vicende personali di quei giovani: come il dissenso verso le nozze di Velio Spano con Nadia Gallico, ragazza considerata troppo «borghese». Un esempio ante litteram del «privato» che diventava «politico», ma nella peggiore delle accezioni.

La Repubblica, 07 gennaio 2009
Da ribelle a senatore, un ebreo nel '900, di Antonio Tricomi
Ebreo tra gli arabi, comunista sotto il fascismo, oriundo italiano sotto il protettorato francese in Tunisia. Poi, quarantenne, la nuova vita in Italia. E la carriera politica che lo porterà a essere senatore della Repubblica e sindaco di Napoli. Le molte anime di Maurizio Valenzi, che a novembre di quest' anno taglierà il traguardo del secolo di vita, vengono evocate da sua figlia Lucia nel volume da lei curato "Italiani e antifascisti in Tunisia negli anni Trenta", edito da Liguori, che arriva in questi giorni in libreria. I saggi sono firmati, oltre che dalla stessa Valenzi, anche da Sonia Gallico e da Teresa Tomaselli. L' introduzione è di Giuseppe Galasso. Si tratta di una preziosa raccolta di testi e documenti, anche fotografici, tesa a ricostruire una vicenda finora poco illuminata dalle ricerche storiografiche: l' insediamento degli ebrei italiani in Tunisia, i contrasti con il protettorato francese istituito in quel paese a partire dal 1881, la coesistenza tra diverse etnìe e la rigidità delle barriere di classe, le mire coloniali e le rivendicazioni del regime fascista. In questo particolarissimo melting pot, in questo scenario sociale agitato e complesso, si delinea il profilo di una generazione di ribelli: prima disinvolti bohemién, poi rigorosi combattenti. Emerge la figura del giovane pittore Maurizio Valensi (con la esse, prenderà la zeta al momento del trasferimento in Italia, a causa di un errore di trascrizione nei registri anagrafici). Un pittore che deporrà molto presto pennello e tavolozza in favore della militanza politica. «Ho visto un ufficiale francese schiaffeggiare un arabo anziano perché, camminando, ha calpestato la sua ombra: ho capito il significato della parola razzismo», scrive Valenzi nell' autobiografia "Confesso che mi sono divertito". Aggiungendo di avere poi «smesso di dipingere. Davanti a tanta gente che soffre mi è sembrato assurdo infilarmi un bel maglione comodo e impugnare pennello o matita». Gli amici del giovane Valenzi si chiamano Loris e Nadia Gallico, Ferruccio Bensasson, Marco Vais, Michelino Rossi. Sono tutti tunisini da più generazioni. Ma anche ebrei di ceppo livornese. Vengono chiamati "grana" da Guernata, nome arabo di Livorno. Sono bilingui (Valenzi e la moglie Litza, recentemente scomparsa, non perderanno mai l' abitudine di parlarsi in francese). E sono tutt' altro che integralisti. Nelle loro case può accadere che vengano rispettate un po' tutte le ricorrenze religiose: cattoliche, musulmane ed ebraiche. «La storia della Tunisia - scrive Lucia Valenzi - è stata a lungo caratterizzata dall' incontro di diverse popolazioni e culture: berberi, arabi, ebrei, italiani, francesi, maltesi. Tra le due guerre la presenza di comunità nazionali diverse, e in particolare di una comunità italiana importante, fa della Tunisia un luogo di tensioni, ma anche di vivace vita politica». Maurizio Valenzi vive il suo antifascismo, nei primi anni, in maniera avventurosa e anche goliardica: un' insofferenza all' ortodossia che sarà ben leggibile anche negli anni della maturità. Da ragazzo Maurizio gioca a mettere in contrasto, per mezzo di finte telefonate, le autorità francesi del protettorato con il preside della sua scuola, fascista tutto d' un pezzo. Tinge la sua barca di rosso. Organizza con alcuni amici il salvataggio, a Lampedusa, di un curioso personaggio che si spacciava per un leader socialista in realtà scomparso da anni. Ma, con l' incupirsi dei tempi, l' ex pittore si vota a una regola di vita più severa. Nel 1935, all' età di 26 anni, si iscrive al Partito comunista tunisino, all' epoca illegale e clandestino. Per qualche tempo svolgerà la sua attività a Parigi. Subirà persecuzioni e processi. Nel 1939 l' incontro con Giorgio Amendola, inviato a Tunisi dal Partito comunista italiano. Sarà lui a parlare al giovane Maurizio di Napoli, «delle riunioni in casa Croce, della rivoluzione del 1799». Dopo la guerra, Valenzi sceglierà di vivere proprio in questa città. Per lo spirito di accoglienza che vi regna, per la sua natura cosmopolita di crocevia del Mediterraneo. La città nella quale l' ex pittore farà crescere i suoi figli: Marco, nato in Tunisia nel '41, e la stessa Lucia, nata in Italia nel '52. Della sua città d' adozione, Valenzi sarà sindaco dal 1975 al 1983. Un ebreo comunista che parla un italiano senza accenti: il segno di una novità senza precedenti e di una svolta senza inganni.