Il Mattino, 22 aprile 2009
di Vincenzo Trione
Nel 1996 Gino Agnese ha pubblicato un´ampia e molto dettagliata biografia di Umberto Boccioni. Da allora non ha più abbandonato il suo eroe. Ha ricostruito aneddoti, ascoltato voci, intercettato piste. L´esito di questo lungo pedinamento è il libro, Boccioni da vicino. Pensieri e passioni del grande futurista (Liguori, pagg. 237, euro 24). Un volume che rivela forti assonanze con la precedente monografia, ma presenta anche tanti aspetti diversi. Ovviamente, il tema indagato è il medesimo: una vita ribelle ed elegante. Gli artifici storiografici sono gli stessi: in alcuni passaggi, si ha la sensazione di trovarsi dinanzi a una sorta di inchiesta condotta con partecipazione e insieme con rigore. Agnese frequenta e interroga materiali pubblicistici, cronache private, annotazioni diaristiche: raccoglie fotografie e appunti (in parte, ora riprodotti). Queste investigazioni confluiscono, poi, in una narrazione puntuale e avvincente che riesce a saldare in maniera compiuta fascino del racconto e ricerca d´archivio. E, tuttavia, le differenze sono profonde. Nel nuovo libro, Agnese - che da diversi anni ricopre la carica di presidente della Quadriennale di Roma - adotta un andamento più rapsodico e frammentario. Non si propone di delineare una storia. Piuttosto, disegna i contorni di una geografia poetica ed esistenziale. In sequenza, ecco tanti luoghi, teatro di intese e di conflitti: la Roma umbertina e crepuscolare, la Russia degli Zar, la «bella Napoli». Su questi palcoscenici, si snoda una vicenda fatta di amori tempestosi: con una dama partenopea, Armida Bruky e con la principessa Vittoria Colonna Caetani. Inoltre, si svela una paternità a lungo rimasta segreta: da Augusta Popoff Boccioni avrà un figlio, Pierre. Si seguono le grandezze e le miserie di un artista, la cui identità viene colta nelle sue consuetudini quotidiane. Illuminante, in tal senso, il capitolo dedicato ai soggiorni partenopei. Vi si parla dell´autore di «Materia» - «meridionale d´Europa» - che riconosce in Napoli la sua patria ideale. Nel 1910, è al Mercadante, per un´oramai leggendaria e provocatoria serata-happening. Incontra filosofi come Croce e scultori come Gemito, dai quali si sente lontano. Dialoga con Scarfoglio il quale, in privato, mostra stima e apprezzamento, mentre in pubblico ironizza sugli eccessi dell´avanguardia. Nel 1916, lancia uno sferzante manifesto indirizzato ai pittori meridionali, dove sostiene che «la lotta per un serio rinnovamento artistico a Napoli è quasi insostenibile», a causa dell´indifferenza del pubblico, dell´ignoranza dei pittori e degli scultori, del «camorristico silenzio della stampa» e della «potenza occulta dell´affarismo». Nello stesso anno, infine, dipinge l´unico quadro esplicitamente dedicato a una città, «Sotto la pergola a Napoli», nel quale il dinamismo futurista è filtrato attraverso le decostruzioni cézanniane. Una tela che, in filigrana, evoca la memoria di un lontano innamoramento. Il tono del discorso è, prevalentemente, descrittivo. Eppure, non mancano alcune sorprese teoriche. Ad esempio, nel capitolo dedicato al rapporto con gli espressionisti tedeschi. È il romanzo di un´antitesi. Da una parte, Kandinskij, che auspica la musicalizzazione dei linguaggi artistici; dall´altra parte, Boccioni, che difende la dimensione architettonica dell´opera, e si dice lontano da uno stile fatto di «onde cromatiche violentissime, gradevoli», incapaci di farsi sostanza plastica. Sullo sfondo, Arnold Schönberg, che pronuncia giudizi di apprezzamento per le invenzioni formali futuriste e si dice sedotto dalla scoperta del capolavoro boccioniano, «La città sale». Accostandosi, avvenimenti e idee diventano i piani-sequenza di un´appassionante sceneggiatura. Fotogrammi del film di un´epoca esplosiva.
La Repubblica, 05 aprile 2009
Boccioni a Napoli, di Stella Cervasio
«Bisogna però confessare che la lotta per un serio rinnovamento artistico a Napoli è quasi insostenibile. L' indifferenza del pubblico, l'ignoranza degli artisti, il camorristico silenzio della stampa, la potenza occulta dell' affarismo interessato all' arte sono tali, laggiù, da scoraggiare i più arditi». Era il 29 gennaio 1916 quando Umberto Boccioni scriveva così sul giornale milanese "Avvenimenti". Gino Agnese, giornalista, presidente della Quadriennale di Roma e biografo di Boccioni, aggiunge ora, nel contesto delle celebrazioni del Futurismo, nuovi capitoli alla vicenda napoletana dell' artista di Reggio Calabria che si considerava «un meridionale d' Europa», morto vicino a Verona per una caduta da cavallo proprio in quel 1916. Nel libro "Boccioni da vicino. Pensieri e passioni del grande futurista", uscito dall' editore Liguori, l' artista autore del Manifesto ai Pittori Meridionali, perdona anche il lazzaronismo, accogliendolo «per quello che ha di acuto ed etnicamente profondo». Per Boccioni Napoli è in consonanza con la sua meridionalità di originario della Romagna, che, anche se nasce per un caso a sud, sente l' ingiustizia di un progresso che va tutto verso nord. Perciò ne diventa un difensore militante. Agnese descrive un Boccioni viveur, frequentatore di locali e ballerine da cafè chantant. Ma anche un intellettuale che viene a Napoli con lo scopo di evangelizzarla al credo del movimento di Marinetti. Nell' aprile 1910, quando al Mercadante va in scena la serata futurista che doveva diffondere il verbo marinettiano, Boccioni si "appropria" interiormente della città. Lui, che aveva notato quanto fosse «divertente vedere un giovanotto (napoletano) perfettamente stile all' inglese fare con la bocca quel rumore chiamato pernacchio», si appassiona alla forma della "città verticale" e la attraversa nei suoi punti più nevralgici, tradizionali e rinnovati. I suoi posti sono l' Hotel de Londres, aperto da poco e già sfondo delle performance di Marinetti, che «è sceso con la sua troupe» e poi il Vomero con le due «modernissime» funicolari («vieni al Vomero: ho quassù 7 ragazze che mi girano intorno, che fanno il finimondo!», scrive a Balla), la trattoria di Pallino, la galleria di Palazzo Spinelli in via dei Mille, dove Giuseppe Sprovieri espone le opere dei seguaci di Marinetti. Boccioni viene anche invitato nel salotto di Croce, che - scrive Agnese - «è incuriosito dal loro entusiasmo». Loro, invece, i futuristi, guardando i quadri alle pareti non risparmiano commenti irriverenti: il filosofo replica che i quadri erano del padre e anche se non belli dovevano restare lì appesi per quel motivo. In casa del presidente degli Industriali che è anche un collezionista d' arte, Achille Minozzi, Boccioni incontra Vincenzo Gemito, capelli e grande barba bianca. I futuristi girano per case importanti e circoli come il Canottieri Savoia, frequentato dai duchi d' Aosta. La serata al Mercadante è stata un fallimento, e i giornali ne hanno dato conto puntualmente, ma poi Scarfoglio, direttore del Mattino, invita Marinetti e Boccioni in redazione. La Napoli che appare al pittoreè quella dei cafè chantant, del Salone Margherita, delle canzoni cantate dai posteggiatori nei ristoranti. Una città che, scrive Agnese, si vede riassunta alla maniera futurista nel suo dipinto del 1914, "Sotto la pergola a Napoli". In poco tempo ascolta Gennaro Pasquariello, interprete della canzone napoletana caro anche a Puccini e a Toscanini. Pasquariello aveva un merito per Boccioni: quello di cantare come nessun altro la canzone di Alfredo Falconi-Fieni "Uocchie c' arraggiunate". Ma se il Boccioni che si illumina per una canzone è quello perennemente innamorato, che concluderà la carriera con la sfortunata storia con Vittoria Colonna Caetani (raccontata da Marella Caracciolo Chia nel libro stampato da Adelphi "Una parentesi luminosa"), c' è anche un Boccioni che sa tagliare di netto le sue relazioni, senza risparmiare cinismo. Come nel caso della napoletana Armida Bruky, con la quale, alla fine di una lunga vicenda amorosa, condita anche da ritratti e dediche, il 26 settembre 1915 annota seccamente nel suo taccuino di soldato: «Finito con A.».
Arte e critica n.58
RITRATTO DI UMBERTO BOCCIONI
di Marcello Carriero
Nel turbinio delle commemorazioni del Futurismo esce per i tipi di Liguori Editore un curioso libro di Gino Agnese intitolato Boccioni da Vicino. In più di duecento pagine, divise in sette capitoli, Agnese si addentra nei recessi più reconditi della vita dell´artista e dell´uomo. Amori e pensieri, relazioni e inclinazioni sono descritti in una documentatissima ricostruzione. Il libro dalla prosa singolare ha un taglio giornalistico che si guarda bene da formulare teoremi se non quelli facilmente deducibili dalla preziosità delle scoperte e delle immagini. Basti guardare, infatti, il confidenziale ritratto di Raul Molino di Ferenzona eseguito da Boccioni negli anni romani. Il libro intende ricreare l´atmosfera dei primi decenni del secolo in cui Boccioni incontra quell´estetismo mellifluo dell´Art déco intriso di misticismi esoterici che da lì a poco diverrà il bersaglio di Marinetti. Dall´incontro con Benedetto Croce al viaggio in Russia, Gino Agnese narra la storia di un artista curioso e appassionato e scova le foto del figlio segreto di cui fa menzione nella precedente Vita di Boccioni del 1996. Interessante il confronto stilistico tra l´icona della Trinità di Rublev e il dipinto Tre donne di Boccioni a scovare una nota inedita sulla cultura visiva del pittore futurista, quanto i rapporti epistolari che lo agganciano all´avanguardia più militante. E poi ancora le riflessioni sul rapporto tra pittura e musica ci mostrano le ragioni del dissenso di Kandinskij nei confronti di Boccioni o la stima di Schönberg in un capitolo che per un attimo si addentra in problemi di estetica deviando a un tratto dalla più piana conversazione sulla figura elegante dell´amante della principessa Colonna Caetani.
Messaggero Veneto, 24 marzo 2009
Boccioni, i pensieri d'arte e le passioni d'amore
di Licio Damiani
Boccioni da vicino di Gino Agnese Liguori, 256 pagine – 24,00 euro Non furono facili i rapporti fra Umberto Boccioni e Vasilij Kandinskij, il maestro dello spirituale nell´arte, proteso a una sintesi di musica, colore, movimento. Per Kandinskij «le arti devono imparare l´una dall´altra» e la pittura traduce l´onda sonora delle sinfonie. Boccioni, che pure amava la musica, ne sosteneva l´assoluta separazione dalla pittura, alla quale andava assicurato un «proprio autonomo statuto formale». Kandinskij rispondeva con irritazione e rivolgeva al movimento di Filippo Tommaso Marinetti aspri giudizi. I difficili rapporti tra i due giganti delle avanguardie del Novecento costituiscono il tema di uno dei capitoli più appassionanti del nuovo saggio di Gino Agnese, presidente della Quadriennale di Roma (e a lungo collaboratore del Messaggero Veneto ), che dopo Vita di Boccioni (1996), con questo Boccioni da vicino porta, nell´anno centenario del futurismo, nuovi frammenti di storia all´avventura esistenziale – tra Roma, Napoli, Milano, Berlino e la Russia – dell´artista che teorizzò il dinamismo plastico. Agnese racconta anche l´amicizia tra Kandinskij e Arnold Schönberg, il quale fu grande estimatore di Boccioni: tanto da sceglierne uno dei capolavori, La città che sale , come fondale della prima per il suo Pierr ot Lunaire , nella casa berlinese di Ferruccio Busoni, celebre pianista e compositore italiano. Busoni ammirava il pittore. Tanto da collocare, su una parete della “camera da musica”, il quadrone di Boccioni, cui si ispirò per la Sonatina seconda , eseguita a Milano. Boccioni, da parte sua, nel 1916 dipinse il ritratto del maestro fra incastri taglienti, lame, urti cromatici, sintesi dinamiche. Il racconto di Agnese, ricco di intrecci complicati, si svolge con movimento ellittico, in un andirvieni di notizie e di curiosità. Famiglia romagnola, quella di Umberto, nato a Reggio Calabria nel 1882, padre, commesso di prefettura, appassionato di lirica, che chiamò Amelia la figlia, come la protagonista del verdiano Ballo in maschera . Ed è Amelia la giovane seduta a destra nel grande dipinto pre-futurista Tre donne (1909). Al centro è Ines, la modella del pittore, a sinistra la madre, che Umberto avrebbe effigiato tre anni dopo, futuristicamente, in Materia , immensa tela in cui la genitrice troneggia gigantesca, «investita da policrome simultaneità trasfiguranti». Agnese propone dettagliati riferimenti, finora inediti, fra la distribuzione e l´atteggiamento delle figure in Tre donne e gli angeli ch e compaiono nella grande icona di Andrej Rublev, Trinità , conosciuta da Umberto durante il soggiorno a Mosca. Il viaggio nell´impero degli zar, compiuto nel 1906, è un altro capitolo ricco di sorprese. Boccioni vi andò su invito di una signora di 25 anni, Augusta Popoff, moglie del viceconsole Valère Vladimir Berdnikoff. Si erano conosciuti a Parigi, dove lui, con il pretesto di insegnarle pittura, intrecciò con lei una liaison dangereuse . Prima tappa Tzaritzin, nel Basso Volga, città dove abitavano i Popoff. Dal rapporto nacque un figlio, Peter, di cui peraltro Boccioni si disinteressò. In partenza per Mosca e Pietroburgo, si era congedato dall´amante già incinta. Con freddezza, egli accolse a Padova, città dove visse più a lungo, la notizia della nascita del bambino. Nel diario annotò soltanto: «Alla mia amica Augusta Petrovna è nato un bambino. Felicità a tutti e due». Capitolo chiuso. Analoghe prese di distanza, o di riservatezza, egli riservava alle molte altre storie sentimentali: con Margherita Sarfatti, futura amante di Mussolini, con la scrittrice Sibilla Aleramo, fino all´ultimo amore con la principessa Vittoria Colonna Caetani, interrotto dalla morte, il 17 agosto 1916, in seguito a una caduta da cavallo mentre vicino a Verona, soldato semplice di artiglieria da campagna, attendeva di raggiungere il fronte dell´Isonzo.
Il Messaggero, 11 Marzo 2009
di DANILO MAESTOSI
Finalmente nel calderone delle celebrazioni del Centenario una mostra che riesce a restituirci l´identità poliedrica e sfaccettata del futurismo, la sua straordinaria forza di propagazione e proselitismo. Ed a farci comprendere la capacità di rigenerarsi, che ha consentito al movimento di conquistare quel primato di longevità, che lo distingue da tutte le altre sperimentazioni coeve con cui ha dialogato e guerreggiato, dividendo date e luoghi di gestazione. E´ la rivisitazione, sigillata dall´eloquente sottotitolo Velocità+arte+azione, messa in scena dal Palazzo reale di Milano, dove terrà cartellone fino al 7 giugno.
A consentire alla rassegna di centrare il bersaglio è un copione ben impostato dai due curatori, Giovanni Lista e Alda Masoero, che ha rinunciato al confronto con le avanguardie rivali ed affini, leit motiv esclusivo delle altre due grandi mostre già partite a Rovereto e alle Scuderie del Quirinale di Roma, e della terza in programma a Venezia, ma ha compensato questo vuoto, ampliando di un ventennio e su tutti i versanti il raggio di ricognizione oltre i confini della prima guerra mondiale, riuscendo così a ridar passerella ad due protagonisti d´eccezione come Balla e Sant´Elia, sacrificati dalle rassegne concorrenti perchè assenti al debutto parigino del movimento, e ad autori di alta caratura ma scesi in campo più tardi e dunque ignorati come Depero, Prampolini, Sironi, Fillia, Tato, Dottori, Bragaglia.
Intrigante il prologo, tutto giocato in casa, che disegna una efficace panoramica dei progenitori del futurismo, rivendicando le radici milanesi che improntano le scelte estetiche del movimento. Un crogiuolo di influenze, derivato più dalle provocazioni della scapigliatura che dagli influssi di novità della pittura francese: da Segantini e Previati la scelta di partenza del divisionismo, interpretato in modo più libero rispetto alle ricerche dei puntinisti parigini; da Romolo Romani le prime folgoranti intuizioni dell´intreccio tra il dinamismo delle emozioni e la loro dilatazione dello spazio; da Pellizza da Volpedo l´attenzione al sociale e ai movimenti libertari. A far da specchio a questi rimandi un suggestivo campionario dei primi maestri fondatori del movimento. Il Carrà di Luci notturne e La stazione di Milano, un prezioso ritratto simbolista di Severini, un autoritratto esoterico di Luigi Russolo, e cinque splendide tele di Umberto Boccioni. Reso omaggio con un gustoso siparietto al genio di Marinetti, la mostra entra nel vivo sgranando capitolo per capitolo la produzione dei futuristi e le fasi di evoluzione e trasformazione della loro pittura. Il dinamismo plastico degli anni 10 che qui concede la ribalta anche a Sironi, Depero, Bonzagni, Funi, Dudreville, Prampolini. Poi gli anni Venti e il trapasso verso l´arte meccanica, dominato da un culto della macchina che trova in Balla l´interprete più audace che si spinge verso le frontiere dell´astrazione e in Fortunato Depero il cantore più fantasioso e poetico. E infine gli anni Trenta con la sfida dell´aeropittura, il mondo inquadrato dall´alto in vortici allucinatori che violano ogni prospettiva, e la profezia che si fa strada soprattutto con Prampolini di un nuovo salto verso una dimensione cosmica. Ma c´è spazio anche per il culto visivo della parola in libertà, per le sfolgoranti scenografie per il teatro, per le ricerche musicali, per gli esperimenti fotografici, per la progressiva conquista del linguaggio popolare del cinema, per l´architettura, per la ceramica e le arti applicate. Resta invece in ombra l´analisi dei controversi rapporti col regime fascista, affrontata solo da un saggio in catalogo.
Il Secolo d´Italia, 20 febbraio 2008
QUELLA SFIDA ALLE STELLE DI UN SECOLO FA, di Riccardo Notte
[...] Fare un bilancio provvisorio del futurismo significa anche cimentarsi con l´altro vero gigante del movimento: il grandissimo Umberto Boccioni, l´artista deceduto sul fronte a soli trentaquattro anni. Chissà cosa avrebbe ancora prodotto se fosse sopravvissuto alla Grande Guerra. Gli scritti editi e inediti che ci ha lasciato, raccolti a suo tempo da Zeno Birolli, sconcertano per la loro audacia. Da qui la preziosità di un libro davvero inconsueto nel panorama delle tante pubblicazioni. Un saggio che può essere raccontato da molti punti di vista e non solo per il contenuto; il quale, però, è in sé un caleidoscopio di immagini e di riferimenti, di notizie inedite, dissepolte da archivi inaccessibili, o ricavate da preziose testimonianze dirette, in Italia, ma soprattutto all´estero. È uno scandaglio che l´autore ha immerso nelle profondità della dimenticanza grazie ad anni di certosino lavoro, in spregio a quella strana e ingannatrice sirena della modernità che si chiama “fretta”, la quale accompagna come il volto cattivo di Giano la sua positiva gemella “velocità”. Il libro si intitola Boccioni da vicino (edizioni Liguori, pp. 239, euro 24) e l´autore è Gino Agnese, già biografo di Marinetti nel ´90 e, poi, dello stesso Boccioni, nel ´96. Se non è un futurista per motivi anagrafici, tuttavia Agnese lo è per quello stile di vita rappresentabile nella forma temporale e spaziale della simultaneità. C´è infatti l´Agnese giornalista, analista politico e organizzatore di grandi eventi artistici (quale presidente della Quadriennale di Roma, è riuscito a risvegliarla dal malinconico e rassegnatio cupio dissolvi al quale sembrava destinata). E c´è ovviamente l´Agnese studioso della comunicazione: sua la fondazione e direzione della storica rivista Mass Media, che per tre lustri ha costantemente battuto in anticipazione e lungimiranza le analisi provenienti dal mondo accademico sul fronte delle nuove forme di comunicazione. E a tutto questo si aggiunge l´Agnese scrittore e biografo. Un biografo molto particolare, perché grazie alla sua tenacia investigativa ne sortiscono libri sorprendentemente ricchi di novità. Umberto Boccioni da vicino si conferma una miniera di eventi, di lettere autografe, di fotografie pressoché inedite, di sconosciuti avvenimenti che rivelano molteplici sfaccettature della personalità del grande artista: il suo duello intellettuale con Kandinkij, i suoi contrastati rapporti a distanza col figlio Pierre Berdnikoff (paternità già scoperta da Agnese nella precedente biografia), i suoi studi solitari, che si estendono perfino alla filosofia del Seicento, e non a caso, poiché intrisa delle problematiche relative al movimento, al tempo e allo spazio, che furono materie prime delle concettualizzazione futuriste.
Corriere della Sera, 03 marzo 2008
di Stefano Bucci
Il saggio di Gino Agnese racconta i pensieri e le passioni di uno dei grandi artisti del Novecento
Così Boccioni si scagliò contro le «camorre culturali»
Difficile sfuggire a Umberto Boccioni, almeno nell' anno del Futurismo (il Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti è del febbraio 1909). Soprattutto per chi come Gino Agnese, da sei anni presidente della Quadriennale di Roma, al grande genio del Futurismo (pittore, scultore, ma anche teorico del movimento) ha dedicato ampia parte dei propri studi e dei propri libri (a cominciare dall' ormai introvabile Vita di Boccioni, Camunia 1996, in cui svelava una paternità rimasta segreta per quasi un secolo). D' altra parte, Boccioni (1882-1916), con Marinetti (protagonista di un altro saggio di Agnese, Marinetti, una vita esplosiva, Camunia 1990) è sicuramente uno dei simboli stessi del movimento: basterebbe ricordare capolavori come l' Autoritratto (1908), La città che sale (1910), Forme uniche della comunità dello spazio (1913), Dinamismo di un cavallo da corsa + case (1914-15). «Pensieri e passioni del grande futurista» recita il sottotitolo del nuovo saggio di Agnese (Boccioni da vicino, Liguori, pp. 256, 24) che, a margine, offre anche un ricco corredo di foto e autografi inediti (uno sconosciuto disegno giovanile e il sorprendente confronto di un' icona e del celeberrimo Tre donne). Pensieri e passioni che Agnese analizza (per similitudine o per contrasto) in sette capitoli mettendo ad esempio a nudo i difficili rapporti di Boccioni con l' ambiente romano dei «poetini crepuscolari». E se da una parte il libro racconta lo stretto legame con l' amico (anche lui artista) Francesco Cangiullo, è affascinante scoprire come Boccioni mettesse al tempo stesso sotto accusa quelle che lui definiva le «camorre culturali» (al pari dei cafè chantant napoletani) mentre amava spassionatamente Kandinsky e i suoni di Ferruccio Busoni (cui dedicherà un bellissimo ritratto del 1916 oggi alla Galleria nazionale d' arte moderna di Roma). Ad alimentare la complessità del «mito Boccioni» c' è poi la stessa morte dell' artista (nato a Reggio Calabria da genitori romagnoli temporaneamente spostati lì per lavoro), una morte particolarmente beffarda (come sottolinea Agnese): l' autore del manifesto della pittura futurista morirà a 34 anni per una caduta da cavallo mentre da soldato semplice aspettava nelle retrovie (a Sorte, alle porte di Verona) di battersi in prima linea, disarcionato da un cavallo del traino cannoni. Una contraddizione sicuramente «ingiusta» per l' eroe del Futurismo.
Il Messaggero, 12 gennaio 2009
di DANILO MAESTOSI
«NOI vogliamo cantare l´amore del pericolo... Il coraggio, l´audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia. La letteratura esaltò fino a oggi l´immobilità pensosa... Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l´insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo... un´automobile da corsa è più bella della Vittoria di Samotracia... Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo... Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie». Sono stralci del vorticoso assemblaggio di proclami di rivolta a tutto campo, firmato da Filippo Tommaso Marinetti, 33 anni da poco compiuti, funambolo della scrittura, che il 20 febbraio del 1909 apparve, suscitando scandalo e reazioni a catena in tutte le capitali culturali del tempo, su uno dei più prestigiosi quotidiani di Parigi, le Figaro. «Pochi sanno ricorda Gino Agnese, presidente della Quadriennale, autore di un saggio sulla vita di Marinetti, della prima biografia italiana di Umberto Boccioni e di un secondo capitolo di testimonianze d´imminente pubblicazione, Boccioni da vicino (Liguori, 240 pagine, 24 euro) che Marinetti si conquistò a sorpresa quello spazio in prima pagina corteggiando con calcolato cinismo la figlia di un magnate egiziano, azionista del giornale. E quasi tutti ignorano che in realtà quello stesso testo era già apparso,in italiano, su una rivista letteraria stampata a Napoli. Passando inosservato, perché nessun´altra città poteva competere con la capitale francese, baricentro e megafono di ogni nuova tendenza».
Dettagli che non intaccano la leggenda di quel primo manifesto che segna la nascita ufficiale del futurismo. E non hanno trasferito ad altra data e ad altra culla la ricorrenza del Centenario, che non a caso Parigi ha voluto anticipare, quasi a rivendicarne la primogenitura, con una mostra appena conclusa al centro Pompidou. Ora tocca all´Italia che si appresta a celebrare l´evento con un fitto cartellone di appuntamenti a macchia di leopardo, affidato a un comitato istituito dall´ex ministro Rutelli, e con il piatto forte di quattro grandi mostre, coordinate da Ester Coen.
Un ciclo che si apre il 17 gennaio al Mart di Rovereto con una prima puntata Illuminazioni, che mette l´arte futurista a confronto con altre avanguardie coeve in Germania e Russia, dove Marinetti portò in trasferta il manipolo di autori che avevano sottoscritto il suo verbo. E elenca tra i suoi richiami anche la riapertura dopo dieci anni della Casa museo di Fortunato Depero. Prosegue il 5 giugno al museo Correr di Venezia con un capitolo che esplora i controversi rapporti con i maestri delle Astrazioni. E si conclude il 15 ottobre al Palazzo Reale di Milano con Simultanietà, altro peculiare leit motiv delle novità introdotte da Boccioni e compagni, i quali ne rivendicarono con furore il copyright polemizzando con Apollinaire, che aveva invece attribuito l´invenzione del marchio al francese Delaunay.
A Roma il programma assegna il quarto appuntamento, il più importante, che si inaugura il 20 febbraio alle Scuderie del Quirinale: un mostra, formato esportazione, che ricalca il copione di quella del Centre Pompidou che l´ha coprodotta, e chiuderà il tour alla Tate di Londra. Un antipasto quello consumato a Parigi tra dissensi e polemiche, che già infiamma e avvelena le attese. «Buona e legittima spiega il critico Carlo Fabrizio Carli, segretario del comitato per il Centenario l´idea di individuare il cuore del percorso, nella ricostruzione quasi integrale del campionario di opere con cui nel 1912 i pittori futuristi debuttarono sulla ribalta internazionale in una galleria parigina. Caotico e deviante l´assedio massiccio di maestri d´altre avanguardie attive nella Parigi d´allora che il curatore francese ha voluto sgranare attorno a questa sala, perché offusca l´originalità e l´impronta innovativa del futurismo italiano, presentandolo come una costola, una derivazione del cubismo. Un movimento che Severini e Boccioni apprezzavano, ma a cui contestavano l´incapacità di cogliere e tradurre su tela e in scultura la forza dirompente del movimento e delle emozioni». «È vero. Ma sono difetti che abbiamo corretto con adeguati ritocchi mette le mani avanti la coordinatrice Ester Coen dividendo in varie sedi il confronto e gli scambi degli artisti futuristi con le altre avanguardie, su cui per dare respiro più internazionale alle mostre ho voluto incentrare la mia ricognizione. E rimpolpando con l´innesto di altre opere significative la campionatura dei maestri italiani. Alla Scuderie, ad esempio, daremo ampio risalto all´apporto di Balla, sacrificato nella selezione del Beaubourg, perché non aveva partecipato alla prima passerella del 1912».
«Comunque vada ribatte Enrico Crispolti, uno dei più qualificati studiosi del futurismo questa rivisitazione del Centenario resta viziata da un errore di fondo, quello di chiudere la partita del futurismo nel 1916, con la morte in guerra di Boccioni. Ignorando una rilettura ormai sempre più condivisa, che, liberandosi dei devianti imbarazzi per gli alterni e a volte soffocanti rapporti dei futuristi e di Marinetti con il fascismo, riconosce al movimento una capacità di rigenerarsi e produrre altri momenti di eccezionale rilevanza e influenza in tutti i campi. E altri autori di prima grandezza. Dalla fase sintetica che segue agli anni eroici all´arte meccanica e da questa all´aeropittura».