La Repubblica, 12 ottobre 2008
Leggere un libro al tempo dei pixel
Tra le case editrici italiane la napoletana Liguori è stata una delle prime a produrre di un libro stampato il relativo e-book, ossia la sua versione elettronica. Ed è in questa doppia modalità che propone la collana sui mezzi di comunicazione "Mediologie", inaugurata nel 2005 e diretta da Alberto Abruzzese; Girio Frezza, Gianfranco Pecchinenda, Giovanni Ragone, i quali ne discutono in questi giorni in una staffetta di presentazioni sull'asse degli atenei di Roma, Napoli, Salerno, Milano. [...]
Un e-book è in tutto e per tutto identico a un libro tradizionale, tranne che per la modalità di lettura: non più inchiostro impresso su fogli di carta, ma puntini luminosi (pixel) su uno schermo. In realtà, quando - esattamente dieci anni fa - negli Stati Uniti ne fu lanciata la prima versione, per e-book s'intendeva per lo più l'involucro, il dispositivo all'interno del quale memorizzare testi scritti: un visore tascabile, simile a un libro per forma e dimensioni, sul monitor del quale archiviare migliaia di pagine e consultarle con appositi programmi di ricerca, contrassegnandole all'occorrenza con sottolineature e annotazioni a margine, sia pur virtuali. All'epoca si supponeva che le somme risparmiate dematerializzando i processi produttivi dell'editoria libraria (icosti della carta, della stampa e della distribuzione) avrebbero inciso positivamente sui bilanci delle imprese, dando loro qualche risorsa in più.
Ma così non è stato. Anzi, in virtù di quel processo di continuo aggiustamento e di rimodellamento reciproco che contraddistingue il rapporto tra noi umani e le macchine che produciamo, gli editori hanno preso atto di come, piuttosto, il formato elettronico possa favorire forme inedite di commercializzazione. Nella consapevolezza che molto spesso il lettore di un testo scientifico, o altamente specialistico, non è interessato a un volume nella sua interezza, on-line Liguori propone per alcune opere, l'acquisto mirato di singoli capitoli. E poi contenuti multimediali per l'e-learning (insegnamento a distanza), software specifici, materiali integrativi a corredo dei volumi, manuali per i docenti. Il sito dedicato alla collana, di Cinema e Storia, ad esempio, propone filmati, file audio e altro. L'autore e l'editore, mediante la segnalazione di eventuali errori, l'aggiunta di sezioni integrative o di nuovi capitoli, rendono inoltre disponibili gratuitamente risorse per l'aggiornaraerito del contenuto di ciascun volume. Accanto alla considerazione - alquanto scontata - del valore intrinseco della carta come supporto per i testi a stampa, va comunque tenuto in conto che l'impatto ambientale dei supporti elettronici non è affatto limitato. Stampati su carta riciclata, alcuni libri ne guadagnano in fascino; diffusi in pixel salveranno pure qualche albero, ma tra la plastica e le sostanze speciali da smaltire che mettono in circolo, le radiazioni nocive e il dispendio energetico che comportano, non possono certo considerarsi ecosostenibili. Per ora i due formati, cartaceo ed elettronico, coesistono. È troppo presto - e soprattutto inutile - provare a indovinare se e quando prevarrà l'inchiostro elettronico (e-ink), che, su un sottilissimo foglio di plastica arrotolabile e leggera, visualizza anche il giornale elettronico, con le notizie dell'ultim'ora illustrate da fotografie animate. Proprio come accade nei film di Harry Potter.

Corriere del Mezzogiorno, 12 ottobre 2008
Abruzzese e il racconto della contemporaneità
di Alfonso Amendola
Mediologi napoletani uniti. Non è una sigla di facile mercato nata dalle immancabili crisi partenopee. Non è neppure un nuovo cartello elettorale che sta maturando sulle ennesime tensioni partitiche. Si tratta, invece, di una vera e propria «invasione» disciplinare che attraverserà l'Italia. Si comincia dadomani alla Sapienza di Roma, continua martedì (tra la Federico II di Napoli e l'Università di Salerno) per poi arrivare mercoledì allo IULM di Milano. È questa la prima parte del tour ottobrino di presentazioni e simposi sul tema della comunicazione della collana «Mediologie» della Liguori. Una collana (guidata da Alberto Abruzzese, Gino Frezza, Gianfranco Pecchinenda e Giovanni Ragone) che non è semplicemente un percorso editoriale e basta. È molto di più. È un'istanza progettuale e culturale che vuol essere un racconto sulla contemporaneità (a partire dai temi dei media ed attraversando la letteratura, il fumetto, il teatro, la fiction, l'audiovisivo, la comparatistica e tutto quanto l´immaginario. E dietro questo progetto c'è un forte cuore napoletano: non soltanto per i diversi director della collana o per la napoletanissima casa editrice (dal forte respiro intenazionale), non soltanto per i numerosi relatori che abiteranno la quattro giorni italica (assieme ai quattro curatori: Francesco Pinto, Giancarlo Alfano, Gabriele Frasca, Sergio Brancato, Adolfo Fattori, Stefano Bory, Adriano Vinale e tanti altri). [...]

Il Mattino, 21 ottobre 2008
Fumetti e blog così si modifica l´immaginario
, di Nadia Fiore
Alberto Abruzzese le chiama semplicemente «mediologie al plurale». «Proprio per sottolineare che lo studio dei media non è monoculturale, non è monotematico, ma si adatta a domini dell´esperienza diversi fra loro, molteplici e multiversi», aggiunge l´ordinario di Sociologia della comunicazione allo Iulm di Milano. Su questo crinale esplorativo «Gli Incontri di Mediologia» promossi dalla casa editrice Liguori, prenderanno forma in quattro diverse università italiane: a partire da domani a «La Sapienza di Roma» dove si discuterà de «La vita fluida: mediologie della letteratura e del teatro», proseguiranno martedì alla «Federico II» di Napoli con «Sociologie dell´immaginario» e nella stessa giornata a Salerno- (area di Scienze della comunicazione di Fisciano) con «Culture dell´audiovisivo e media comparati», per concludersi mercoledì allo Iulm di Milano con «L´oltresecolo del fumetto: a volte i buchi neri funzionano alla rovescia». Questa quattro giorni sociologica è parte integrante del progetto editoriale racchiuso nell´omonima collana pluridisciplinare «Mediologie», diretta dallo stesso Abruzzese, Gino Frezza, Gianfranco Pecchinenda e Giovanni Ragone, che dal 2005 a oggi ha raccolto l´eterogeneità dei contributi in 13 testi ad hoc. Disponibili anche in formato ebook. «Perché è il risultato di un felice incontro tra un editore impegnato a traghettare la sua casa editrice verso la dimensione digitale delle reti e vari autori che mettono al centro del loro discorso le innovazioni espressive post-moderne e post-industriale», commenta Abruzzese. Ma per tenere in mano le fila del discorso e cogliere il portato complessivo di un sapere mediologico scomposto e ricomposto, occorre ricondursi al primo incontro-dibattito alla Sapienza. E si arriva a quelle che il sociologo definisce «nuove frontiere digitali della scrittura. Quindi anche ma non solo della letteratura. Per vedere cosa accade al racconto e alla fiction nella società delle reti, nei mercati di un consumo produttivo e non passivo e in piattaforme espressive che superano la dimensione classica della cultura di massa: informazione e spettacolo, libro, televisione generalista, eccetera. E valorizzare la dimensione relazionale tra persone e persone, persone e cose, cose e corpi, cose e cose». È proprio l´attenzione all´elemento della reciprocità che apre la via alle problematiche della sociologia dell´immaginario nell´incontro napoletano. Che prende in considerazione anche le derive tecnologiche più recenti: dagli ambienti virtuali degli avatar, dai blog alle chat. Tutto diviene possibile. «Perché nel loro insieme i media vanno intesi sia come produttori che come prodotti dell´immaginario collettivo», spiega Gianfranco Pecchinenda, neo-preside della facoltà di Sociologia della «Federico II». Questa doppia veste interattiva, supera l´approccio deterministico di causa effetto «perché l´immaginario pur dipendendo dalle tecnologie non è una diretta conseguenza», prosegue Pecchinenda. Ma è con Gino Frezza, docente di Sociologia dei processi culturali all´Università di Salerno, che l´exursus conoscitivo fa il terzo punto sull´insieme dei media «intesi non come demoni o provocatori dei disastri della cultura contemporanea, ma il luogo di produzione di una nuove visioni del mondo e identità generazionali». Del resto, in questa sorta di sovvertimento dei luoghi comuni c´è posto anche per il fumetto - discusso nell´ultimo incontro di Milano «perché - conclude Abruzzese - parlare di questo linguaggio significa affrontare questioni che smentiscono molti dei paradigmi estetici, ideologici e politici delle scienze storiche e delle pratiche formative».

Close-up (www.close-up.it), 29/07/2007, di Giovanna Vincenti
Stando all´affermazione di Marshall McLuhan, secondo cui ‘l´artista è quella persona che in qualunque campo [...] afferra le implicazioni delle proprie azioni e delle nuove conoscenze della propria epoca´, non si può non considerare Samuel Beckett, irriducibile sperimentatore (multi)mediale, come l´artista più rappresentativo ed emblematico del Novecento, epoca caratterizzata dalla nascita e dal progressivo irrompere dei media ‘elettrici´ nella quotidianità. Antonio Iannotta, nel suo saggio edito recentemente da Liguori, pone al centro della sua approfondita analisi il fondamentale ruolo che i media acquistano nella produzione artistica di Beckett, e lo fa mettendo da parte il significato delle singole opere per concentrarsi, piuttosto, sul loro significante, fedele evidentemente alla natura stessa dell´opus beckettiana, la cui tendenza è quella di lasciar intravedere ed intuire attraverso la forma grazie a degli originali processi di riduzione, scarnificazione e negazione e al sostanziale rifiuto ‘di spiegare le sue opere indicare sicuri approdi di senso, attribuire rapporti causativi riscontrabili senza eccessiva difficoltà´.
La tesi sostenuta da Iannotta è che l´intera opera di Beckett si avvale di un unico grande arcimedia, ossia un ‘congegno estetico nel quale risuona l´intero corpo dell´opera beckettiana´ che viene di volta in volta declinato a seconda della specificità del mezzo utilizzato, affinché si giunga ad una fruizione dell´opera d´arte (quale essa sia) coinvolgente e totale, basata su una percezione che veda interessati tutti i sensi. L´utilizzo di svariati media, dunque, non è casuale, o dettato da una sfrenata esigenza di sperimentazione fine a se stessa, ma risponde alla precisa necessità di sfruttare al meglio le potenzialità dei mezzi utilizzati poiché, sempre per citare McLuhan, ‘il medium è il messaggio´. Sicchè Beckett mette, in tal modo, a disposizione del proprio ‘estro artististico´, infinite occasioni per far fluire il suo stream of perceptions.
Partendo da questi presupposti, l´analisi di Iannotta si sofferma su ciascun medium ‘piegato´ alle esigenze artistiche del genio irlandese, non mancando di rilevare le originali contaminazioni che ne sono derivate. Punto di partenza sono le riflessioni sul medium per eccellenza: la lingua. Viene affrontato, innanzitutto, il tema dell´ ‘equilinguismo´ beckettiano per poi approdare all´analisi dello stile narrativo vero e proprio, focalizzando l´attenzione su due romanzi in particolare, Watt e l´Innommable. Si passa, poi, al teatro - concepito come una vera e propria monade leibniziana in cui lo spettatore viene imprigionato - che, grazie ad un processo di costruzione ‘in levare´ (concetto che Iannotta prende in prestito da Deleuze), viene progressivamente ridotto all´essenziale, facendo sì che, alla fine, vengano preservati solo tre ‘irriducibili´ elementi: immagine, luce e performance.
Ed è proprio attraverso il medium-teatro, in particolare a partire dall´innovativa introduzione del magnetofono in Krapp´s last tape, (opera a cui viene dedicato un intero capitolo di questo saggio), che Beckett approda ad una sorta di fusione mediale – l´arcimedia, appunto – che caratterizzerà tutta la sua opera successiva. Da questo momento in poi, ad esempio, opere nate per il teatro, come Not I e Quoi où troveranno nel mezzo televisivo la loro dimensione ideale. Ma non meno riuscite risulteranno essere le opere concepite espressamente per televisione, radio e cinema. E sebbene l´autore irlandese continui ad essere noto ai più per la sua produzione teatrale, è apprezzabile il fiorire della letteratura critica a lavori che prestano la giusta attenzione anche alle opere propriamente multimediali. In tal senso, il lavoro di Iannotta, ben argomentato, grazie ad una corposa bibliografia di tutto riguardo, e soprattutto ben strutturato, ripercorrendo esaurientemente l´intera opera beckettiana in maniera audace ed innovativa, costituisce uno strumento critico dall´indubbio valore scientifico.


Il Mattino, 12/04/2007
Beckett, il silenzio e la voce, di Felice Piemontese
«Come esporre gli scrittori?», si è chiesto «Le Monde» in occasione dell´inaugurazione della grande mostra dedicata a Samuel Beckett dal Centro Pompidou (è aperta fino al 25 giugno). E l´interrogativo non ha affatto una risposta scontata. In special modo nel caso di Beckett, l´autore de Lo sguardo sottratto, come titola il saggio di Antonio Iannotta (pubblicato da Liguori) sul suo rapporto con i media che oggi alle 18 sarà presentato a Napoli - alla libreria Feltrinelli di via San Tommaso d´Aquino - da Giancarlo Alfano, Gabriele Frasca e Gino Frezza. Le mostre tradizionali presentano, in genere, una ricostruzione della vita dello scrittore, attraverso documenti, manoscritti, prime edizioni delle opere, fotografie, con lo scopo di contribuire a una più ampia conoscenza dell´autore. Più ambiziose le mostre recentemente organizzate in Francia, a cominciare da quelle dedicate a Barthes e a Cocteau, allo stesso Beaubourg, per finire con quelle su Artaud - recentemente alla Bnf - e proprio quest´ultima sullo scrittore irlandese (che peraltro avrebbe dovuto essere inaugurata l´anno scorso in occasione del centenario della nascita. Ritardo davvero singolare per le abitudini francesi). «Bisogna evitare di rinchiudere uno scrittore nei suoi libri - dice Marianne Alphand, curatrice, con Nathalie Léger, della mostra - Il nostro lavoro è quello di condurre il lettore verso l´opera, non di parafrasarla. In più, è sempre interessante mettere in evidenza le corrispondenze che esistono tra opere di generi differenti, scrittori, pittori, cineasti, musicisti». In quest´ottica, nessuno più di Beckett si presta alla bisogna, dal momento che ha scritto romanzi e opere teatrali, ha realizzato un film, ha vissuto rapporti intensi con pittori come Bram Van Velde, si è occupato in prima persona delle musiche di scena di alcune delle sue opere. E dunque, le curatrici della mostra hanno isolato alcune delle parole-chiave del suo universo, dedicando a ognuna uno spazio nel quale trovano posto i documenti che ci si aspetta di trovare - i testi dattiloscritti di alcuni dei più famosi romanzi, lettere, riviste, fotografie - ma anche opere di artisti che nell´universo beckettiano hanno trovato posto all´epoca, o ad esso si sono successivamente ispirati: Bruce Naumann, Sol LeWitt, Jean-Michel Alberola, Jasper Johns, Robert Motherwell, Giuseppe Penone, Claudio Parmiggiani, per citarne solo alcuni. E in più video, documenti sonori, installazioni realizzate per l´occasione, musiche. Così, si comincia con «Voce» - «una voce che non cessa di parlare per dire lo scacco della parola, una voce che mormora, ansima, rimugina, si esaurisce e ricomincia», come dice il catalogo dell´esposizione, e che si esprime nei grandi romanzi scritti tra il 1938 e il 1961 (Murphy, Malone muore, Molloy, Watt, L´innominabile) e col passaggio dall´inglese al francese - e si prosegue con «Scene», ovvero la scoperta del teatro. Il genere artistico al quale Beckett deve la celebrità - raggiunta nel ´53 con Aspettando Godot dopo anni di rifiuti editoriali e di vita stentata - e nel quale forse la sua concezione del mondo si è manifestata al più alto livello. Con un coté comico-burlesco qui opportunamente sottolineato perché spesso misconosciuto: reminiscenze di music-hall e di circo, e delle comiche del cinema muto concorrono a delineare le caratteristiche degli esemplari beckettiani di un´umanità che, in un universo privo di senso e di riferimenti, corre, consapevolmente o meno, verso la catastrofe. E qui ci sono gli archivi audiovisivi delle differenti rappresentazioni delle quattro opere più importanti e di quelli che lo stesso Beckett definiva «dramaticules», operine brevi ma di importanza tutt'altro che irrilevante. Non poteva mancare, naturalmente, nella sezione «Occhio», la proiezione dell´unico, leggendario film realizzato dallo scrittore, intitolato proprio «Film» e interpretato, nel 1964, da un Buster Keaton forse inconsapevole ma dunque ancor più funzionale al progetto beckettiano. Chiudono l´esposizione (nella sezione «Nero») i brevi testi per la televisione dell´ultimissimo periodo, l´opera di Claudio Parmiggiani intitolata «Silenzio» e alcuni brevi passaggi di una lettura in inglese di Lessness, unica, emozionante traccia sonora della voce di Beckett.