Il Denaro, 21 aprile 2007
Becker e l'incontro di civiltà, di francesco Postiglione
Nel 1907, mentre l’espansione dell’imperialismo europeo raggiungeva il suo apice, il giovane islamista Cari Heinrìch Becker (1876-1933) dedicava ai rapporti fra Cristianesimo e Islam un denso e stimolante saggio (“Christentum und Islam”, Tùbingen, 1907) che si proponeva di dimostrare la sostanziale identità dei due monoteismi durante il Medioevo, nonché di mettere in luce il contributo ingente fornito dalla tradizione cristiana alla definizione della cultura e della religione islamica. Non solo l’intolleranza e il fanatismo religioso, ma anche la forte svalutazione del ruolo sociale della donna e gli estremismi nella morale sessuale islamica, secondo Becker, rappresentano in realtà tracce specifiche dell’influenza cristiana sull’Islam. Cristianesimo e Islam si fondano sul medesimo fondamento culturale ellenistico, mentre solo in seguito all’esperienza decisiva dell’Umanesimo, i destini delle due religioni si separeranno definitivamente, dando vita a due mondi culturali opposti.
Proprio a partire da “Christentum und Islam” si dipana l’ampia analisi che Giovanni Morrone dedica alla storiografia beckeriana nel volume “Incontro di civiltà. L’Islamwissenschaft di Carl Heinrich Becker”. Becker, orientalista e “Kulturpolitiker”, è considerato come uno dei padri fondatori dell’islamistica tedesca. Fu libero docente a Heidelberg e successivamente professore all”Istituto coloniale” di Amburgo e presso le Università di Bonn e Berlino. Ricoprì le cariche di
segretario di Stato e di ministro prussiano delle scienze, delle arti e della pubblica istruzione.
Morrone mette in luce come la ricerca beckeriana sia consapevolmente centrata sulla capacità dei contenuti culturali e religiosi di valicare i confini delle singole confessioni, e sul ruolo ricoperto dalle relazioni interculturali e interreligiose nel processo di definizione delle religioni universali. Da questa impostazione deriva il riconoscimento semplice ma essenziale che le identità culturali non costituiscono essenze astoriche, ma rappresentano piuttosto il risultato di un processo storico di identificazione. Un processo che presuppone sempre, non solo al suo esterno ma anche al suo interno, il molteplice tessuto delle differenze, che è poi il tessuto stesso della storia universale.
Morrone non tralascia di analizzare però quegli aspetti del pensiero beckenano più specificamente connotati in senso imperialistico e coloniale. Becker fu, infatti, un sostenitore e un teorico dell’imperialismo tedesco e si sforzò di elaborare una “scienza dell’Islam” funzionale alle esigenze politico economiche del “Reich” guglielmino. Ma proprio avvicinando la spinosa questione dei rapporti fra orientalistica e imperialismo, Morrone rileva quasi provocatoriamente come opzioni ideologiche di tipo imperialistico e addirittura razzistico divengano in Becker il veicolo per la scoperta scientifica della non immutabilità e della pluralità del mondo islamico, e per il riconoscimento delle possibilità di modernizzazione dell’Islàm.
Dopo il volume di Samuel Huntington intitolato addirittura “Lo scontro delle civiltà” e a ridosso degli ormai purtroppo sempre più numerosi e sempre meno controllabili conflitti “glocali” in Medioriente - che fanno di tanto in tanto paventare ben più gravi lotte fra culture o religioni - il volume di Morrone dedicato all’islamistica di Becker ha l’indubbio merito di offrire un interessante contributo all’odierno dibattito intorno agli incontri piuttosto che agli scontri di civiltà.