Bibliomanie, n. 10 - Luglio/Settembre 2007
UN METODO CONTRO LA BARBARIE
NOTE IN MARGINE A IL DIRITTO E IL ROVESCIO DELLA STORIA DI GIOVANNI GRECO E DAVIDE MONDA, di Matteo Veronesi

Sono tristemente attuali, se riferite all'odierno ambiente scientifico ed accademico, le considerazioni ironiche ed amare di José Ortega y Gasset nella Rebelión de las masas riguardo alla «barbarie del especialismo», alla rigida ed alienante parcellizzazione e frammentazione delle competenze tecniche che ha fatto paradossalmente perdere, anche e proprio nell´àmbito delle cosiddette «scienze umane», il senso profondo ed essenziale dell´umano – della creatività, dell´ardita e sempre nuova originalità che spetta ad un pensiero duttile, analogico, sintetico.
Diceva Ernst Robert Curtius che, se da un lato l´universalità senza specializzazione è una bolla di sapone, dall´altro lo specialismo scisso da una visione complessiva e fondante del mondo e del pensiero è la morte della cultura, la fine di ogni ricerca, la stagnazione e la cancrena dello spirito.
Certo è che, in quest'epoca – per citare ancora Ortega – di «señoritos satisfechos», di edonismo superficiale, di idolatria del materiale, dell´apparente, dell´effimero, la barbarie dello specialismo è dilagata nella società a tutti i livelli, investendo anche il dominio della cultura, del pensiero, della ricerca pura, che più di ogni altro dovrebbe esserne preservato, e che dovrebbe mantenere la sua pura, severa, osiamo pure dire spiritualmente aristocratica, autonomia.
L´attuale “uomo di scienza” – apparentemente umile, e in realtà dogmaticamente arrogante, arroccato altezzosamente sulle proprie presunte certezze fattuali ed oggettive – rischia di finire per essere «el prototipo del hombre-masa», dell´“uomo a una dimensione” che ha ormai accettato ed interiorizzato, come dato essenziale, la sua condizione reificata ed alienata, nella quale all'uomo ridotto ad “appendice della macchina” si è affiancato, per omologia, lo studioso che feticizza i mezzi a fini, che fa dell´indagine specialistica, particolare, ancillare, non il presupposto, l´alimento e la sollecitazione per una riflessione più vasta e sostanziale, ma un fine insensato, ottusamente autoreferenziale, autotelico, destinato ad esaurirsi in se stesso (e si ricordi ciò che scriveva già Pascoli sulla triste figura del giovane professore che ha per sempre smarrito la limpida gioia, la sapiente ed autocosciente innocenza della parola vergine e pura perché curvo sull´inerte cimento di «fabbricare titoli per i concorsi»).
Quella «curiositad por el conjunto del saber», quell´attitudine avvolgente e ricettiva all´ascolto aperto e molteplice dei discorsi e delle forme della cultura, quel vasto sforzo di comprensione, di indagine, di comparazione, di scandaglio analogico, quella forma mentis, insomma, senza la quale i cultural studies si risolvono, nella migliore delle ipotesi, in chiacchiera semiologica, elucubrazione psicoanalitica o unilaterale militanza ideologica in nome di “identità” e di “generi”, rischiano, allora come oggi, di apparire capriccioso, soggettivo ed arbitrario “dilettantismo” – come se non fosse il “diletto”, la libido sciendi a motivare e sostenere ogni atto e ogni cammino conoscitivi, e come se proprio il delectus (il ciceroniano «delectus verborum», inteso nel senso di ponderata e sensibile scelta dei segni e dei mezzi dell´espressione) non fosse, ad un tempo, il plaisir du texte di Barthes, la spitzeriana e continiana «voluttà» delle parole «che non durano e svaporano», ma anche, letteralmente, la scelta, il kritérion, la dantesca discretio, insomma la krísis, il discrimen, la presa di posizione, l´assunzione di un punto di vista fatalmente parziale, ma non perciò arbitrario, che ispirano l'atto, riflessivo e creativo ad un tempo, della storiografia e della critica.
«La dilettazione» – scriveva il neoplatonico Leone Ebreo – «è una cosa medesima col dilettante e con quel che ´l diletta». Il diletto, la volontà-voluttà del conoscere e dell´interpretare abbracciano ed uniscono interpretans ed interpretandum, il soggetto e l´oggetto dell´esperienza ermeneutica. Questa sorta di moderna, autocosciente, criticamente filtrata e mediata unio mystica (la «coincidence de deux consciences» di Poulet, la «historische Sensitie» di Huizinga, l'«immaginazione simpatetica» di Gombrich) coincide, infine, con quella “fusione di orizzonti” che è il presupposto di ogni vicenda interpretativa, e che fonda, plasmandosi e variando in senso diacronico, l´inevitabile “storicità” che accomuna i fatti e le testimonianze alle loro molteplici e mutevoli interpretazioni.
E proprio alla “fusione di orizzonti” teorizzata da Gadamer e da Jauss rinvia, considerandola giustamente come presupposto e strumento essenziali di ogni dialogo e di ogni confronto con l´Altro-da-sé, Davide Monda nelle pagine da lui dedicate, all´interno del volume da cui trae occasione questa nota, a Clifford Geertz, antropologo-scrittore, e alla sua concezione, estensibile ad ogni atto interpretativo, ad ogni discorso umanistico, dell'antropologia non come «scienza sperimentale in cerca di leggi», ma come «scienza interpretativa in cerca di significato».
L´aspetto alienante e frustrante dello specialismo accademico è stato lamentato, in vario modo, da diversi maestri del pensiero, della ricerca e della creazione: dallo Jaspers della Metafisica al Weber della Scienza come professione, da Hermann Broch fino ad Henri-Irénée Marrou, esemplare figura capace di coniugare la fede cristiana con l´ideale libertario e l´erudizione sterminata, fresca e fertile con una vastità di interessi, indagini e letture che dalla letteratura classica e patristica si estendeva alla filosofia contemporanea, per abbracciare la musica e le arti. E proprio all´autore di Saint-Augustin et la fin de la culture antique è non a caso dedicata, in questo ricchissimo e prezioso volume, una documentata e appassionata biografia intellettuale stesa da Sabrina Fattori.
Le considerazioni da cui siamo partiti non devono trarre in inganno. Questa vasta miscellanea – che è ad un tempo un chiaro e rigoroso manuale di orientamento metodologico ed un variegato, scintillante thesaurus di materiali, fonti, indicazioni bibliografiche, spunti e direzioni di ricerca – non costituisce affatto l´esaltazione di un dilettantismo deteriore e semplicistico, o l´invito ad assumere (per citare il Nietzsche di Sull´utilità e il danno della storia per la vita) l´atteggiamento blandamente distaccato e scettico, per così dire dandystico, dell´«ozioso raffinato nei giardini del sapere».
Al contrario, questa miniera di conoscenza, di ricerca, di passione – ben più, dunque, di un “manuale” nell´accezione consueta –, si apre con tre capitoli di Giovanni Greco che illustrano (in modo chiaro, rigoroso, ma non pedantesco) proprio la suddivisione, la classificazione e la tassonomia delle sedi, delle istituzioni e delle fonti da cui la ricerca storica deve ricavare il suo indispensabile nutrimento.
E, nel centenario carducciano, si potrebbe rinnovare proprio il richiamo, che in Critica ed arte lo scudiero dei classici rivolgeva ai giovani, a varcare le soglie tacite ed opache delle biblioteche e degli archivi, ad immergersi nel loro silenzio vasto e remoto, per trarne, rivissuta e rinnovata, la voce del passato; un richiamo, questo di Carducci, che – in sé certo non privo di enfasi, di retorica, di anacronismo – nel serriano e derobertisiano “senso del silenzio”, nella vociana e poi ermetica religio litterarum avrebbe dimostrato le sue potenziali vibrazioni e risonanze di modernità nervosa, tesa, sensibilissima.
Questa modernità intrisa di passato, tutta innervata e nutrita della coscienza e del ripensamento di un patrimonio millenario, ben si può opporre alla deriva, alla disgregazione, alla deliquescenza di una certa magmatica, informe e ristagnante postmodernità, che galleggia smarrita sull´oceano elettronico e privo di rotte della grande rete, e patisce, non a caso, quello che un pensatore francese ha chiamato mal d´archive, cioè l´insofferenza, la nausea, quasi lo sgomento di fronte alle stratificazioni, alle moli, ai monumenta di un passato che l´esteriore e transeunte cultura di massa, l´indifferenziata e frenetica “modernità liquida” vorrebbero, più o meno consciamente, cancellare e disperdere, per lasciare libero il campo allo strapotere della loro inesausta fabbrica del vuoto.
Nel quadro di questa postmodernità molle, informe, indistinta (indagata, in questo stesso volume, da Marco Marangoni con acume e sottigliezza), non c´è da meravigliarsi se, come scrive Giovanni Greco, «le istituzioni politiche sono state capaci di presidiare il nulla», e una politica «senza dignità, senza intelligenza, senza radici culturali» si è ridotta – altro risvolto, questo, in fondo, della «barbarie dello specialismo» di cui si diceva – «a pura tecnica del potere» (p. 69). È solo riscoprendo la cultura e la storia che ci si potrà salvare e redimere dal malaffare imperante e strafottente.
In quest´ottica, pur se in modo indiretto, pur se entro i limiti e con i mezzi che le sono propri, e senza alienarsi, senza uscire da sé, senza divenire, dunque, passivo strumento ideologico, la ricerca storica e culturale può ancora rivestire ed adempiere, in senso lato, un ruolo civile e sociale.
Per poter tentare ancora di svolgere questa sua nobile funzione, la storia – che pure, come la hegeliana «nottola di Minerva», «inizia il suo volo sul far del crepuscolo», che pure non può preconizzare, orientare e guidare gli eventi, ma solo illuminarli opacamente a posteriori, non tanto per giudicarli, quanto, al più, per inverarli e renderne ragione – non può che, per citare ancora Marrou, cercare di ricalcare, aderendovi ed immedesimandovisi, «le pélerinage, triomphal et douloureux, de l´humanité à travers le temps» (p. 227), il faticoso e contrastato cammino dell´uomo sull´arduo crinale di storia e metastoria, tempo ed eternità, evento ed avvento, protendendosi a sua volta, insieme col divenire storico che essa stessa segue e interpreta, verso il tempo salvifico in cui, forse, «Dio asciugherà le lacrime su ogni volto». Solo così, pur con tutti i possibili sforzi di comprensione e di interpretazione integralmente mondane, condotte con metodi e strumenti esclusivamente umani, la storia, intesa sia come accadimento che come interpretazione, potrà «attraversare senza bestemmia, e insieme senza disperazione, la prova del tempo»[...] Leggi la recensione completa su www.bibliomanie.it