La Repubblica, 18-02-2006, di Stella Cervasio
Saggio della Santucci sull'autore di uno dei più bei ritratti di Capodimonte
Quel Mantegna "da sud" che vuole andare lontano
Tante mostre, gran viavai di quadri. Per il 16 settembre prossimo, data di inizio della mostra di Mantova, Padova e Verona per i 500 anni dalla morte di Andrea Mantegna, farà le valigie temporaneamente anche il "Gronchi rosa" della nostra arte. Una tavolettina di 25 per l8centimetri che sta a Capodimonte, sulla quale spiccano il naso e il colore cangiante carnicino di cappello e mantellina indossati da Francesco Gonzaga giovanissimo e già abbigliato come un cardinale. La "pinse" con precisione da miniatore e verismo che lo fece paragonare ad Apelle il "solenne maestro" "Andrea pictore". Perché parlarne oggi? Forse perché andrebbe preso ad esempio, di questi tempi, per come rilesse l'antichità in forma nuova: non buttò via niente, ma non annoiò nessuno col "vecchio", Mantegna. Da Napoli partirà anche la sua Sant'Eufemia che con la prospettiva a imbuto rilegge la statuaria colossale antica e va guardata da sotto in su, come il Davide al quale apposta Donatello mise un gran cappello in testa, e che invece tutti fotografano erroneamente vis à vis. Quadri di Mantegna — quelli da Sud — dei quali non si può fare a meno, nel´allestire una mostra che spieghi il maestro. Combinazione, poi, in tempo per la celebrazione, escono due libri su di lui, uno da sud e uno da nord: mentre Paola Santucci, professore della Federico II mette al mondo "Su Andrea Mantegna" e Liguori lo stampa, Giovanni Agosti vara, con diffusione più ampia sullostivale visti i mezzi dell'editore, un altrettanto voluminoso "Su Mantegna", edito da Feltrinelli, che in copertina porta stampata la promessa di un "I", l'annuncio di un seguito a breve termine. Il comune lettore — se mai si accosterà all'argomento — proverà rimpianto ad aver acquistato il Mantegna napoletano senza quello lombardo solo per il capitolo in cui Agosti racconta la mostra dedicata a Mantegna a Londra del 1992. Con penna efficace da notista di costume, lo storico dell'arte (che con questo libro intende raccontare anche il lavoro di studio di una generazione, quella dei quarantacinquenni come lui, cresciuti ad archivi ed Arbasino, che garantiva loro la libertà di espressione nella prosa d'arte) racconta il mondo che orbita intorno alle mostre: prestatori, funzionari ministeriali, sponsor, colleghi suoi, un "bestiario" di volti bambineschi e ceffi, espressioni truci e ispirate, proprio come nei Trionfi di Cesare di Hampton Court e più ancora la Camera degli Sposi di Mantegna. E come si può non condividere il sottotitolo "La storia dell' arte libera la testa"?
Ma è da "mezzogiorno", che esce un ritratto a tutto tondo ad uso di tutti dell'autore del Cristo morto di Brera, lo scorcio illusionistico più ardito e "moderno" della storia dell'arte. Piacerebbe che avesse uguale diffusione a prima vista sugli scaffali italiani il libro della Santucci, che colloca Mantegna in un vero universo, e ce lo riconsegna completo di un'epoca di passaggio come il XV secolo indagata nella sua interezza. Ma non sarà cosi, nonostante il valore del suo editore, perché Napoli anche quando dice la sua bene fa poco rumore. «Spesso siamo stati considerati un mondo a parte. Si è spesso pensato che avessimo solo autori di importazione, invece c'è autonomia e grande cultura — spiega Paola Santucci, che per Utet nel '92 ha scritto una importante storia della pittura del Quattrocento, senz amai decontestualizzare l'arte da storia e geografìa, «come ci insegnò l'altro mio maestro (uno è Ferdinando Bologna), Carlo Dionisotti». Proponendo questa visione, la Santucci indica una città grande di per sé, che, se cosi fosse stata diffusa, avrebbe potuto bene sperare di vincere anche sul cliché mediatico della criminalità e della vita disagiata. «Si fa presto, quando si dimentica la storia, a lasciar cancellare le radici culturali di un luogo», insiste l'autrice. Una ripresa della denuncia forte di Giovanni Previtali, che parlò di "questione meridionale" dell'arte, portata avanti anche dall'associazione a lui intitolata, presieduta da Francesco Abbate. Ma il luogo comune è duro da battere.