IL MATTINO 28/11/2002 di Stefano Manferlotti
Voci poetiche d'America da Emily Dickinson alla multicultura
Della preziosa antologia della poesia americana curata da Tommaso Pisanti La poesia in America (Liguori) si può parlare da diverse prospettive. Vi si ritrovano, infatti, le voci più alte di una letteratura che vanta ormai tre secoli e mezzo di vita e che quindi, se si escludono quelli connessi al fare arte, di esami da superare non ne ha più. Ma poiché la poesia più della prosa vive della marca linguistica della sua forma, si può forse asserire che la nascita della poesia americana in quanto corpus distinto da altri non solo da un punto di vista geografico risalga ai versi di Walt Whitman e Emily Dickinson. È anzi dalla secca affermazione della Dickinson: «il mio lessico fu la mia sola compagnia» che si può partire per fissare il momento in cui la poesia americana, pur non dimenticando il peso dei contenuti, si propone e si afferma come ricerca di rime e ritmi autonomi, capaci di imporsi come paradigmi. Prima di allora, i Pilgrim Fathers avevano «semplicemente» spostato nel Nuovo Mondo la battaglia di idee che si conduceva in Europa e di cui essi stessi erano stati vittime. Forse non era possibile fare altrimenti, forse il citazionismo biblico (come lo chiama Pisanti) ed un puritanesimo tanto forte da radicarsi negli animi e nelle cose era un pedaggio che non si poteva non pagare e che anzi continuerà a pagarsi ora e sempre, ma è certo che solo la versificazione «moderna» di Whitman e Dickinson salda i conti più ingenti col passato ed apre strade nuove. In tal senso, non è certo un caso che nei loro versi due poeti così eterogenei come Ezra Pound (Un patto) e Allen Ginsberg (Supermarket in Cali-fornia) si rivolgano direttamente a Whitman con un «tu» familiare e rispettoso a un tempo, che mette insieme tradizione e avanguardia e, per così dire, impone tale saldatura come patto neotestamentario su cui si innalzerà la poesia del futuro. E che così sia stato, si può vedere dai versi degli altri poeti novecenteschi qui raccolti, che Pisanti ha tradotto con amorevole cura: da Wallace Stevens a Robert Lowell a Sylvia Plath a Lawrence Ferlinghetti a numerosi altri. Di estremo interesse sono le ultime sezioni dell'antologia, dove a farsi udire sono le voci dell'America multiculturale dei nostri giorni: il chicano Alberto Ríos, la portoricana Aurora Levins Morales, il cino-americano Li-Young Lee.
L´OSSERVATORE ROMANO 30/11/2002, di Franco Lanza
Una raccolta antologica a cura di Tommaso Pisanti
Poesia americana dal '600 ad oggi
Una civiltà così dichiaratamente pragmatica come quella americana, intenta al massimo sviluppo della tecnica ed al correlativo culto dell'accumulo, della ricchezza, dell'investimento dinamico dei capitali ed al loro profilo in rapida crescita, potrebbe sembrare per statuto estranea alla poesia ed agli incanti che ne derivano. Potrebbe, dico, ma è vero il contrario: alla resa dei fatti la storia della cultura nelle colonie inglesi del XVII secolo sulla costa atlantica e in quella che si chiamò in breve giro d'anni la Nuova Inghilterra è sì esile nell'apparato dottrinario e nella consapevolezza formale, ma ricca di animazione etico-puritana e di attese apocalittiche. Sfuggiti alle guerre europee di religione e desiderosi di ricrearsi (proprio nel senso originario del verbo: crearsi di nuovo) in un mondo libero dalla nefasta congiunzione del cuius regio eius religio, i coloni che fondarono gli insediamenti di lingua inglese cantarono l'epopea della acquisita libertà di culto con un entusiasmo che non fu tuttavia esente da impuntature moralistiche, soprassalti di coscienza, bisogno istintivo di quell'autorità severa ma in certo modo rassicurante che credevano di essersi lasciati alle spalle nell'Europa dei calvinisti e dei «papisti».
La civiltà del Nuovo Mondo è nata da questo connubio tra rigore morale e successo pratico: che venne inteso il più delle volte come progresso, salvezza, sanzione dell'assistenza divina. Dunque il puritanesimo, con tutti i suoi rigori d'una legislazione di natura che si arroga il diritto di punire anche i peccati privati, sta alla base della crescita sociale. Ma è una crescita inquieta, ben lontana da quella «liberazione nel nuovo» da quel Rousseau anacronistico che più tardi fu ipotizzato al centro del mitico Eden, dove un nuovo Adamo avrebbe incarnato nell'America la purezza primigenia.
Questo carattere di riflessione puritana (non di sprovveduto candore) che conferisce alla statua della Libertà una luce singolarmente impegnata nella costruzione di una democrazia connotata a livello etico-religioso è un dato di fatto su cui storici e letterati sono ormai concordi. Lo ha ribadito or ora Tommaso Pisanti introducendo un'assortita e variegata antologia di poeti americani dal ‘600 al 2000 (La poesia in America, Liguori) in cui appare evidente il divario tra l'origine dello Stato americano e l'ingigantirsi del «mito America» che è posteriore di almeno un secolo, e riflette il bisogno tutto europeo e romantico di ipostatizzare una seconda infanzia del genere umano, un Eldorado di speranze palingenetiche da cui riedificare la civiltà moderna.
Che poi Pisanti abbia scelto la poesia e non la prosa nel raccogliere e collegare le testimonianze di questa vicenda (tutti conosciamo il profilo epico della storia americana, la concretezza estrema del suo affidarsi alla corrente oggettiva della narratività, mentre pochissimi conoscono la sua trasfigurazione lirica) costituisce una ragione di più per ridimensionare il mito della rinascita e collocarlo nell'epoca che meglio lo illustra: quello della rivoluzione romantica.
Scrive Pisanti: «Le idee sono, certo, di derivazione europea: ma la peculiarità, la decisiva peculiarità americana è data, in tale trapianto, dalla confluenza, poi, delle idee verso sbocchi e risultanze di carattere operativo. La spiccata singolarità del Settecento americano è qui, appunto, in questo insieme di idee che prende forme e si cala e si esemplifica in una realtà, nella fondazione di uno Stato, di una nazione che si pone come "nuova", in qualche modo paradigmatica, oltre l'eredità della “Gloriosa Rivoluzione” inglese di un secolo prima e poco prima del grande traumatico evento della Rivoluzione francese».
Ma è il momento di dare un'occhiata ai testi che documentano questa vicenda nelle ricognizioni dell'immaginario. I poeti puritani, più o meno intrisi di classicismo europeo, appaiono saturi d'escatologia e di Apocalissi: tant'è vero che le martellanti sestine a rima baciata scritte da Anna Bradstreet Upon the Burning of our House (1666) si giustappongono alle ottave di versi pari a rima alterna di Michael Wiggleswortn The day of Doom.
Il destarsi improvviso della donna per l'incendio notturno della casa è simmetrico all'apparizione del Cristo Giudice che con la vampa e le trombe del Dies irae separa le tenebre dalla luce, i reprobi dagli eletti. La poesia dell'America ancora pervasa da millenarismo biblico e da moralismo economico e familiare (per Roger Williams gli «ingenui Indiani» che non possono dormire per un debito di qualche sterlina sono assai migliori degli Inglesi che amano accumulare i passivi) non senza qualche apertura affettuosa (i teneri endecasillabi della suddetta Bradstreet per la morte d'una nipotina di diciotto mesi) e un persistente allegorismo religioso (si leggono le variazioni di Edward Taylor sull'Eucaristia), è una sorta di contrappunto epico alla dura lotta dei pionieri contro la natura, le avversità del clima e degli indigeni.
Ma intanto l'anima del nuovo mondo si apre e dilata ad orizzonti sconfinati. Gli uomini che di lì a poco firmeranno la Declaration of Independence (1776) cioè Jefferson, Washington e lo stesso Franklin si trovano psicologicamente ormai al di fuori del puritanesimo dei rocciosi stati atlantici e si ispirano alle fertili pianure della Virginia e del pacato e morbido middle-west. Il classicismo pedagogico e civile, più attento alle grazie di un Pope che alla severità di un Milton, conquisterà in breve i poeti americani e diverrà il loro modello. Si è voluto assegnare di recente un valore simbolico al caso singolarissimo di Phillis Weatley, una bambina di colore comprata come schiava al mercato di Boston dal mercante John Weatley, e allevata da questo come figlia, che benché malata di tubercolosi rivelò qualità e sensibilità poetiche al punto d'essere ricevuta alla corte d'Inghilterra e da stampare, prima di morire a Londra, i suoi Poems on various subjects.
Certo è che, nel giro di pochi anni, l'ispirazione dei poeti americani si arricchisce di tutte le armonie del classicismo settecentesco e di tutte le responsabilità filosofico-sociali della cultura illuministica. Trumbell, Barlow, Dwight, Frebeau sono i vati della storia recente: e se l'epica conquista della recente indipendenza può rivestirsi di forme bibliche nel poema The conquest of Canada del Dwight, al radicalismo ideologico dei philosophes francesi lo stesso poeta opporrà un fiero diniego nel Triumph of Infidelity (1788). Un anno prima della presa della Bastiglia, la Rivoluzione nazionale non aveva bisogno di farsi classista, le bastava essere classicista!
Questo spiega come il Romanticismo appaia al Pisanti un singolare ingorgo, in America, di orrori gotici e di struggenti idealità platoniche, e come la blackness di Edgar Allan Poe non escluda, anzi ammetta al suo interno «struggenti ansie di idealità platoniche, un ardore di bellezza che lo accosta, per tale aspetto a Keats, a Hoelderlin, a Foscolo». Dopo il Poe, riscoperto da Baudelaire e dai simbolisti, sarà inevitabile il costante rinvio all'America per quanto di nuovo, di luminoso, di preveggente sarà scritto in Europa. Quale realtà naturale poteva confermare l'antropologia dell'idealismo tedesco da Fichte ad Hegel, meglio dell'ingigantirsi di Emerson di Fronte ad un continente gigantesco?
Quale dialettica poteva esprimere la vertigine del Tutto in rapporto con le esperienze minime, meglio del superbo scatto di Thoureau in Walden: «Dite a Shakespeare che attenda che io mi liberi, giacché sono ora occupato con questa goccia di rugiada»? La cultura romantica rilancia in America i propri interpreti al di là dei loro modelli europei: e se in qualche tratto l'inatteso e forse troppo rapido «consumo» di poesia avrebbe prodotto un accomodamento, un codice etico-sociale e non una ricerca in profondità (gli esponenti del «Rinascimento americano» furono definiti Fireside poets, poeti da caminetto, con un'incrinatura semantica evidentemente riduttiva) occorre ammettere che accanto ai Lowell, ai Longfellow, agli Holmes, ai Whittier la cultura del nuovo mondo preparò spazi ed occasioni ai grandi creatori. Che furono Walt Whitman, Emily Dickinson e, in parte, Herman Melville.
«E innegabile» ripetiamo con Pisanti «la mobilità degli scenari offerti dalla letteratura americana. Forse in nessun'altra letteratura sono così rapidamente mutati parametri e classificazioni. Un secolo fa, era il professore-poeta Longfellow a occupare il campo, e Melville era stato quasi dimenticato; e la stessa clamorosa specificità di Whitman emergerà solo lentamente. Quanto alla Dickinson, l'intero corpus delle 1775 poesie (di cui neanche una diecina furono pubblicate in vita) sarà edito soltanto nel 1955...».
Ecco: la sublime concentrazione di Emily, che nel piccolo suo giardino trova l'universo e nel chiuso della propria stanza l'arcano, infinito spazio dell'anima, sta agli antipodi del canto spiegato e talvolta stentoreo di Whitman.