SOCIOLOGIA, n. 2 1999, di Pietro Scoppola
Sono gli eventi della seconda guerra mondiale che hanno inciso nella vita di tutto il paese, ma che alla Spezia in particolare hanno determinato un cambiamento della struttura urbana, del modo di essere, della fisionomia stessa della città; un cambiamento che non è un cambiamento analogo a quello che tutto il Paese ha subito per i processi di industrializzazione, ma un cambiamento specifico dovuto proprio al fatto di aver perso questa connotazione i sede della marina militare italiana. L´autore si serve degli strumenti della storia: dei documenti relativi alla seconda guerra mondiale, alle conseguenze dell´8 settembre, alla lacerazione prodotta dalla guerra civile... e utilizza questi strumenti con senso storico e con un largo uso di quella che chiamiamo oggi storia orale.

SOCIOLOGIA, n. 2 1999, di Sandro Setta
Di questo bel volume va lodata, com'è già stato rilevato, l'originalità, consistente nella fusione tra metodo storico e sociologico per giungere ad una visione complessiva della città della Spezia: ripercorrerne la storia è servito all´Autore per illustrare meglio il cambiamènto della sua struttura sociologica. Studiando la sua città, Martinelli si è trovato a dover fare i conti con la presenza massiccia in essa, in quegli anni drammatici, di una formazione come la Decima Mas, cioè di migliaia di giovani, molti spezzini, che si arruolarono in questa formazione non soltanto per fedeltà al fascismo o al mito di Mussolini, ma guidati da principi come l'onore militare e sentimenti come la delusione e la rabbia per il modo in cui era stato proclamato 1'armistizio, delusione e rabbia, come sappiamo, che furono vivi anche in campo antifascista.
Nello studio del mondo di coloro che tornarono a seguire Mussolini e l'estrema reincarnazione del fascismo, la RSI, l'approccio di Martinelli è autenticamente storiografico, nel senso, come afferma nell'introduzione, che il suo stato d'animo vuole essere “avalutativo” nei confronti dei fatti, “comprendente” nei riguardi delle intenzioni e dei sentimenti dei vinti. Comprendere le ragioni dei vinti non significa affatto (come ha ricordato Scoppola e in tal senso si è espresso, anni fa, il Presidente della Camera dei deputati, Luciano Violante) giungere a giudizi d'equidistanza, neutralità, se non addirittura rivalutazione, ma analizzare, appunto, le motivazioni di quelli che, in buona fede, andarono A cercar la bella morte (secondo il titolo del libro uno di loro, Carlo Mazzantini) dalla parte sbagliata.
Tra le testimonianze utilizzate dall' Autore, oltre a quelle di antifascisti, militanti comunisti, partigiani, vengono dunque poste in risalto, con grande equilibrio, quelle dei giovani che scelsero la RSI. Mi ha colpito quella dell'ausiliaria che fece questa scelta ben consapevole di scegliere la parte perdente. Non traspare affatto, da questa come da altre testimonianze, l'illusione nelle “armi segrete” tedesche: si tratta di giovani disperati, coscienti dell'imminente fine. Il libro di Martinelli conferma tale stato d'animo, già evidenziato nel bellissimo libro di Claudio Pavone (Una guerra civile - Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, del 1991).
È interessantissima, tra le altre testimonianze, quella che, per la prima volta, ha voluto lasciare il comandante Mario Arillo, medaglia d'oro: “Rifarei l'otto settembre la scelta che feci allora. Ci siamo coperti di vergogna e quella vergogna ce la portiamo ancora addosso. Io ho la coscienza tranquilla di aver mantenuto fede al mio principio dell'onore militare, perché non si passa al nemico così in questa maniera”. La testimonianza di Arillo mi ha incuriosito anche per altri aspetti. Egli ricorda che, dopo la guerra, ebbe colloqui con Togliatti il quale mostrò di avere, sull'armistizio, idee simili: le modalità in cui il re e Badoglio avevano posto fine alla guerra erano considerate disonorevoli anche da un uomo come Togliatti. Arillo confessa anche che da questi incontri con il segretario del PCI scaturì una sorta di accordo: l'amnistia in cambio del voto degli ex fascisti della RSI alla repubblica. Sono dati che già conoscevamo. L´anno scorso il libro di Paolo Buchignani ha offerto un´ampia documentazione a proposito (Fascisti rossi. Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-1945, Mondatori, Milano, 1998).
Martinelli descrive con ampia messe di documenti, anche inediti, il crescente divorzio, alla Spezia, tra società civile e autorità della RSI, un divorzio che è parallelo all'intensificarsi della lotta anti- partigiana della Decima Mas e delle altre formazioni fasciste, specie dopo il novembre del '44, quando in città i rastrellamenti divennero feroci, colpendo non soltanto la classe operaia ma anche la piccola e media borghesia impiegatizia e perfino dei sacerdoti: indice dell'evidente divorzio anche tra fascismo e clero, dopo i lunghi anni del consenso che avevano visto addirittura il Vescovo della Spezia benedire la guerra, in quanto guerra “per la libertà dei mari”.
Nell'ultima parte del volume, l´Autore analizza le trasformazioni. del blocco di potere cittadino, soffermandosi sul passaggio dal “blocco di potere militare-fascista-clericale”, definizione molto efficace, all'egemonia dei partiti della sinistra comunista e socialista, che interpretarono interessi ed aspirazioni della classe operaia e della borghesia progressista. Quest´aperta scelta dell'antifascismo da parte della società civile ci fa dubitare della validità di alcune categorie interpretative usate dalla storiografia, come quella dell'attendismo, indice, di non scelta, di disimpegno: categoria usata anche da Martinelli nel classificare le testimonianze allegate al suo lavoro. Ebbene, in un caso come questo della Spezia, sarebbe più calzante il termine di resistenza passiva. Non ci troviamo, infatti, in una città attendista, essendo netta, come detto, la solidarietà con l'antifascismo della società civile nei periodo 1943-1944. In questa città, comunisti e socialisti ottennero più del 50% dei voti nelle elezioni del giugno 1946, in un contesto nazionale, ci limitiamo soltanto a ricordarlo, che vide una profonda contrapposizione tra un nord repubblicano e progressista ed un sud monarchico e conservatore.
La categoria dell'attendismo ha indubbiamente fondamenta di validità per interpretare il com-portamento delle popolazioni dal Lazio in giù, ma non è adeguata ad evidenziare la scelta di essere dalla parte della Resistenza compiuta dalla grande maggioranza di quelle del Centro-Settentrione.
Renzo De Felice ha lasciato, senza dubbio, insegnamenti importanti, ma quando ha voluto insistere nei suoi ultimi interventi sull´attendismo ha mostrato di essersi lasciato andare ad una visione troppo generalizzante della situazione, non tenendo conto, appunto, del divario di atteggiamenti tra aree geografiche. “II movimento partigiano e il fascismo repubblicano - dichiarava nel 1995 - sorsero spontaneamente, sulla spinta di nuclei politicamente motivati, reciprocamente indipendenti. Per gli altri la scelta fu casuale: in base a rapporti personali, in funzione di stati d'animo elementari, a causa di situazioni familiari, come reazione a frustrazioni personali, nel bel mezzo di una grande confusione di idee... Nacquero, vale la pena ribadirlo ancora, fra la diffidenza generale, fra gente che faceva poca differenza fra il rosso e il nero, che all´atto pratico non distingueva granché fra tedeschi e anglo-americani, che soprattutto non riusciva a capire come mai ci fosse qualcuno ostinatamente disposto a combattere. Gente intimorita dalla consapevo1ezza di dover pagare il prezzo di una lotta che sentiva profondamente estranea, pronta a qualsiasi conversione, spesso sincera quanto opportunistica, disposta a vestire i panni di chi sembrava di volta in volta più forte e quindi più pericoloso”. (Si veda Renzo De Felice, Rosso e nero, a cura di Pasquale Chiesa, Baldini & Castoldi, Milano 1995, pp. 64-65). Dalla lettura del volume di Franco Martinelli ho avuto la conferma, e, concludo, che simili amare interpretazioni non sono condivisibili.

SCUOLA NUOVA, n. 2 1999, di Alceo Martini
Si tratta di un´opera di particolare interesse per una duplice motivazione: per i suoi aspetti contenutistici (ricostruisce gli avvenimenti più significativi che hanno scandito la vita della Spezia, città militare ed industriale, ‘in tempo di guerra´ e cioè dalla dichiarazione di guerra alla Liberazione, e il processo di trasformazione in città terziaria) e per i suoi aspetti metodologici (risulta originale e produttivo l´intreccio, il connubio tra la storia e la sociologia, due discipline che si sono sempre preoccupare di difendere la loro autonomia e identità scientifica).

SOCIOLOGIA URBANA E RURALE, n. 61 2000, di Gian Franco Elia
Io credo che uno dei meriti maggiori di Franco Martinelli sia stato quello di avere scritto un libro di rottura. Indubbiamente che oggi ci accingiamo a presentare è un lavoro per molti versi nuovo,un tentativo emblematico di in inserire una disciplina come la sociologia nella conoscenza di un percorso estremamente poliedrico,variegato e difficile come quello che discende dalla realtà storica... Credo infatti che soprattutto in una struttura complessa come quella urbana bisogna ricorrere ad una sorta di approccio interdisciplinare... La città – diceva un vecchio professore e urbanista anarchico – non è fatta di tetti ma anche di uomini. Esiste la città fisica che è fatta di forme, di volumi, di spazi, di colori, ed esiste la città sociale, che è fatta di uomini,delle loro passioni, dei loro stati d´animo, della loro ideologia, del modo di porsi rispetto agli altri.. E allora deve essere salutato come estremamente positivo un tentativo come questo, che è quello di raccontare la città attraverso una serie di vicende, di cogliere attraverso le testimonianze orali, certi comportamenti e certi stati d´animo.

BOLLETTINO DELLA SOCIETA' GEOGRAFICA ITALIANA, n. 1-2 2000, di Claudio Cerreti
Il motivo del successo di questo lavoro – oggetto di diverse presentazioni e discussioni pubbliche – risiede in una particolarità davvero infrequente nella letteratura sociologica italiana, e cioè nella capacità di offrire una ricostruzione storica dell´assetto sociale della città... Nella prima parte non solo gli aspetti sociali e produttivi della città vengono messi in luce, ma anche la speciale composizione della popolazione. L´arrivo di popolazione disomogenea per lingua e retroterra culturale, ma accomunata tanto dall´autoriconoscimento nazionale quanto soprattutto dalla condivisione di un´attività e di un obiettivo, rese La Spezia una “città italiana” in senso proprio, anzi la prima “città italiana”. Oltre alla documentazione d´archivio, alla letteratura storico-critica e memorialistica, ai giornali dell´epoca, alle fotografie, nelle testimonianze dirette i colloqui costituiscono una documentazione di grandissimo interesse, che integra, precisa e non di rado corregge il quadro fornito dalle ricostruzioni storiografiche.

ORDINE TABLOID, n. 2 2001, di Gigi Speroni
Il libro del sociologo Martinelli su cimenta ad affrontare alcune questioni non ancora risolta dagli storici. E intanto ha da osservare che alla dichiarazione di guerra, contro il trionfalismo dei giornali e la partecipazione forzata della Chiesa, il sentimento fu di scontento e paura; riguardo all´interpretazione prevalente dell´8 settembre come ‘morte della patria´ egli preferisce parlare di ‘divisione della nazione´, poiché per la patria morivano in soldati della Repubblica sociale e quelli della Resistenza; riserva una attenzione speciale agli ‘attendisti e osservatori´, che furono non solo bambini, vecchi, la maggior parte delle donne, ma anche quanti nelle fabbriche, nella scuola e negli uffici aspettando l´arrivo degli Alleati collaboravano all´economia e alla vita civile della Repubblica sociale; dà rilievo all´azione di assistenza ai fedeli in guerra da parte del vescovo Giovanni Costantini, nominato nel 1929 e allontanato nel 1943 e a quella di moderazione, di mediazione e di difesa dei valori del vescovo Giuseppe Stella dopo l´8 settembre.

LA RIVISTA DI SERVIZIO SOCIALE, n. 3 2000, di Aurelia Florea
Il volume è una ricostruzione rigorosa di eventi locali in corrispondenza di quelli nazionali, scritta da un sociologo – la dichiarazione di guerra, i bombardamenti aerei, lo sfollamento della città, l´antifascismo dopo il 25 luglio, la partenza della squadra navale dopo l´8 settembre, la fondazione della repubblica sociale italiana, l´inizio e gli sviluppi della resistenza, la Liberazione della città – descritti a La Spezia, città militare e operaia... Il lavoro si organizza in due parti, la città e i cittadini. La prima parte, dopo uno studio che inquadra lo studio all´interno della letteratura di sociologia urbana, descrive lo studio degli avvenimenti militari e civili, con consultazione della letteratura storica corrente, con analisi di contenuto della stampa quotidiana dell´epoca, con produzione di documenti d archivio e raccolta di storie di vita di contemporanei ai fatti... La seconda parte presenta alcune delle testimonianze raccolte dal punto di vista degli attori sociali.

Sociologia, n.2 1999
di Michele Marotta
Intervengo con molto piacere, perché ho avuto l'onore tanti anni fa di avere il prof. Martinelli come assistente volontario e con ciò non voglio dire di averlo introdotto nel campo accademico, sono però molto soddisfatto sia della sua carriera, che risulta qui dalla quarta di copertina, sia dalla lettura di questo libro. Riguardo ad esso vorrei sottolineare alcuni punti non messi in evidenza dalla brillante presentazione degli illustri colleghi, i tre storici ed il prof. De Nardis.
Dal punto di vista metodologico il lavoro si inserisce in un filone che è essenziale per la sociologia: il metodo biografico; per me è anche da sottolineare il fatto che il prof. Martinelli si sia servito anche della documentazione iconografica, ciò che risulta già dalla "prima" di copertina, dove si vede un quadro di scuola futurista, una aeropittura, che ci mostra la località del Golfo della Spezia con il porto mercantile, il porto militare, la città e l'idrovolante. All'epoca, l'Italia fascista si gloriava delle traversate atlantiche di Italo Balbo e dei suoi collaboratori, c'era nel Golfo un idroscalo molto attrezzato ed esso appare dalla documentazione iconografica. Chi si divertisse a sfogliare questo libro troverebbe che il prof. Martinelli non a caso ha inserito nel volume, da bravo "apprendista" storico, una serie di fotografie che fanno vedere La Spezia prima, durante e dopo il conflitto.
Altro punto da lodare nel volume è il fatto che il prof. Martinelli risente in modo netto e preciso della scuola durkheimiana. Durkheim nella sua Année sociologique poneva come analisi da anteporre ad ogni altra analisi la valutazione dei fattori geografici: il prof. Martinelli nella prima parte del suo studio sottolinea l'importanza del fattore geografico per quanto riguarda La Spezia e ricorda come l'idea di fondarvi un arsenale militare non fosse nata soltanto con Cavour, ma risalisse all'epoca napoleonica; già il governo rivoluzionario di Parigi aveva pensato di creare lì una base navale, perché secondo loro il luogo vi si prestava benissimo. Se ne ricava l´influenza sul Martinelli delle "Regole del metodo sociologico" durkheimiano.
Dalla documentazione iconografica si rilevano altre concetti, come, per esempio, l'importanza delle masse. Si visualizza che le masse inneggiavano al fascismo durante il regime fascista, quelle stesse masse inneggiano alla caduta del fascismo nel 1943 e alla fine della guerra nel 1945. Ciò si evince chiaramente dalle fotografie scelte dal Martinelli con grande cura e intelligenza. Va dato poi merito al prof. Martinelli di porre in evidenza alcune regolarità tendenziali da individuare nella storia: una prima regolarità tendenziale è quella del clero, per lo meno in La Spezia, adattatosi puntualmente agli eventi. Il Martinelli ha il coraggio di dirlo; il 10 giugno del 1940 suonano le campane, le campane avrebbero forse potuto non suonare. Il federale scrive al Vescovo di far rintoccare le campane a stormo quando suoneranno le sirene; il Vescovo che fa? ubbidisce e in più indirizza una omelia di appoggio alla guerra a tutti i parroci della Diocesi. Lo stesso appoggio viene dato dal clero quando il regime raccoglie i metalli per la patria, per farne cannoni; il Vescovo scrive a tutti i parroci "Mi raccomando date le campane, fatevi però rilasciare ricevuta e tenete presente che il bronzo sarà pagato". Appena cade il regime fascista lo stesso Vescovo produce un'omelia in cui ricordava le sorti della patria. Infine nel 1943 il Vescovo viene promosso-rimosso e va in curia un altro Vescovo; è una regolarità da storico che il sociologo rileva. Vi fu una larga partecipazione al fascismo da parte del clero: basti ricordare l'adesione al regime di padre Agostino Gemelli.
Come seconda regolarità tendenziale è stata sottolineata l´importanza della propaganda, propaganda che; in mani amiche, muove le folle. E´ interessante poi vedere l'atteggiamento ambiguo della classe dirigente italiana, come nella sua tradizione ed in quella dei Savoia, da Carlo Alberto, alla "neutralità" del 1914 per poi rovesciare le alleanze e intervenire nel 1915 nella prima guerra mondiale. La classe dirigente italiana cambia atteggiamento secondo le circostanze, come dal libro si evince chiaramente; nel 1943 la classe dirigente cambia l'alleanza, non avverte nessuno:, neppure il Ministro della Marina sapeva che si stava trattando una resa incondizionata; cambia da un giorno all'altro. Il 9 settembre sono stato coinvolto anch'io dagli eventi e ho scelto facilmente: ho preso la via di casa. Il povero ammiraglio Bergamini, che poi morì nell'affondamento della corazzata Roma, fino alla sera prima non sapeva niente; così il giorno in cui la classe dirigente si dileguava da Roma con un corteo di macchine per imbarcarsi a Pescara verso Brindisi. Un'altra costante che si può cogliere anche in tempi attuali.
Questo libro non va visto soltanto come storia locale, ma come nella scuola degli "Annali", storia degli avvenimenti, storia di fondo che è la storia del clero, della classe dirigente, del cambiamento delle bandiere, del disordine e dell'incapacità di organizzazione a livello dei comandi. Quando la Germania si è arresa nel 1945, i reparti dell'esercito tedesco non si sono dissolti, si sono arresi ordinatamente al vincitore. Le forze italiane invece si sono dissolte, me compreso, perché senza ordini, per cui ciascuno si orientava a suo modo; in una base navale le navi da guerra avevano il vantaggio, rispetto alle truppe di terra, di muoversi insieme. Il libro di Martinelli è sì storia locale, ma può dare molti indizi per comprendere la storia generale del nostro paese.