Corriere dell'Irpinia, 13 marzo 2011
Sergio Piro e la mente malata di Francesca Festa
Quando la scrittura diventa un modo per far conoscere la nostra storia. Quando un libro può portare avanti ideologie e e battaglie di chi ha vissuto per rendere migliore la nostra realtà sociale. Nasce con quest’intento la lunga conversazione con Sergio Piro, uno dei padri della psichiatria del Novecento, realizzata da Candida Carrino nel volume scritto a quattro mani “Quando ho i soldi mi compro un pianoforte” (Liguori Editore). Una lunga intervista che ripercorre tutta la vita del medico di Palma Campania impegnato fin da adolescente nella lotta al fascismo e autorevole esponente della dura critica al sistema manicomiale del nostro Paese. Dopo aver trascorso i primi anni ad Olbia compì il suo percorso formativo a Napoli alla facoltà di Medicina, reparto di psicologia scelto per il suo crescente interesse nei confronti della semantica, che in relazione al linguaggio schizofrenico fu oggetto della sua tesi di specializzazione in neuropsichiatria. Fu un medico sui generis Piro, il suo carattere poliedrico, i tanti interessi coltivati, tra cui la linguistica e l’antropologia, lo resero un uomo prima che uno psicoterapeuta, particolarmente sensibile alle problematiche degli ospedalizzati e al paziente psichiatrico in particolare. L’impronta familiare fu determinante per la sua formazione, respirando fin da bambino un’aria progressista ed innovatrice, ricevuta da una madre appassionata di lettura e da un padre anti-istituzionale per eccellenza. Fu un precursore dei suoi tempi, sempre in anticipo su tutti e tutto, il suo interesse per la filosofia del linguaggio era assolutamente all’avanguardia e spesso si scontrava con l’incomprensione della psichiatria. Fu uno dei primi ad intuire il senso del linguaggio schizofrenico, composto di segni e simboli che andavano decodificati. “Se è una persona che ti esprime la propria vita – sosteneva Piro - per deformata che sia, anche da una malattia, tu devi entrare in quel rapporto, quindi trasformare, determinare una svolta nel rapporto, cioè l’obiettivo terapeutico non deve mai essere disgiunto dall’obiettivo conoscitivo”. Un punto cruciale della sua esistenza fu il giugno del 1959 quando fu chiamato a dirigere il manicomio privato di Materdomini a Nocera Superiore. Da qui inizia il suo lungo percorso fino al “Bianchi” e al “Frullone”, altri ospedali psichiatrici in cui Piro svolse alacremente il compito di medico e supervisore mettendosi in luce per le sue teorie avanguardiste che lo portavano in maniera naturale ad interessarsi della condizione precaria dei malati spesso legati e oggetto di costrizioni di ogni genere. Si batté per i diritti innegabili dei ricoverati, fu amico intimo di Basaglia e con lui portò avanti una dura politica che sfocerà nella famosa legge 180, quella relativa alla chiusura delle strutture manicomiali. Le sue geniali intuizioni figlie di un profondo studio autodidattico furono pubblicizzate diventando il manifesto di pensiero, attivo in una scuola da Piro inaugurata aperta a tutti coloro, del settore e non che intendevano acquisire le nuove conoscenze e i nuovi metodi in campo psicologico divenne nel tempo semantico-antropologica e poi antropologico- conformazionale: un obiettivo non semplice quello di Piro, che col tempo aveva portato avanti un discorso personale anche sul piano pedagogico-formativo. Fondamentali per la costruzione della sua personalità furono le letture di Husserl, di Sartre e della sua teoria dell’intenzionalità, base di partenza per le sue riflessioni sulla teticità della coscienza. “E’ un artefatto della coscienza, la spaccatura disastrosa tra la vita affettiva e la vita razionale- asseriva lo psichiatra- è un artefatto della coscienza piena, della coscienza tetica di se stesso, di una coscienza che, per definizione, rappresenta una specializzazione temporanea del nostro vivere”. La scuola risentì molto dell’influenza sperimentale del sessantotto e, come è facile da immaginare, ebbe destino breve scontrandosi ben presto con la logica del potere e con gli interessi personali di chi mirava solo al riconoscimento del titolo di psicoterapeuta. All’interno di Psichiatria Democratica contribuì ai radicali ed indispensabili cambiamenti che riguardavano gli ospedali psichiatrici giudiziari, vera piaga per il Ministero della Salute e della Giustizia. Gli abusi erano molti, la tendenza era quella di tenere dentro anche pazienti che avevano scontato la propria pena ma che non si riusciva a sistemare fuori. La soluzione alla questione come spiegava lo stesso Piro non era per niente facile in quanto “bisognava portare il dibattito non più su un piano medico ma politico-amministrativo e sociale se, ad un certo momento, nella impossibilità della cura in carcere, debba prevalere l’interesse del malato, il vantaggio che il malato ha stando fuori o il vantaggio della società a tenerlo dentro”. L’OPG era una realtà non diversa dal manicomio, era il luogo della sofferenza e dell’antiterapeuticità. Anche il personale, ridotto alle sole guardie carcerarie, non era in grado di affrontare le problematiche legate al paziente psichiatrico che necessitava di cure e assistenze specifiche. A tal proposito ricorda il ruolo degli infermieri, la cui funzione terapeutica era superiore a quella dei medici. Avevano il compito più difficile: contenere l’aggressività dei malati, mettere le camicie di forza e legarli ai loro letti. Con l’avvento della legge basagliana acquistano una dimensione più umana e si avvicinano con senso di solidarietà alle esigenze dei pazienti, hanno con loro un rapporto personale oltre che professionale diventando dei punti cardine della terapia stessa. L’intervista con Sergio Piro non poteva non toccare l’amicizia con Franco Basaglia, lo psichiatra di Venezia che ha rivoluzionato con le sue idee e poi con la sua legge il sistema manicomiale italiano. Avevano in comune gli stessi maestri letterari, la filosofia esistenzialista di Sartre pur con le dovute differenze, Sergio Piro era interessato prevalentemente all’aspetto legato al concetto di coscienza, Basaglia invece era rivolto più alla concezione politica; si incontravano su quei campi dove la filosofia della conoscenza diventava filosofia della prassi. Avevano  diversi altri psichiatri dell’epoca (Agostino Pirella, Carlo Manuali, Giovanni Jervis): condannare il manicomio, la legatura dei pazienti e perseguire la terapeuticità della libertà. La legge 78/180 giunta dopo anni di battaglie, fece molto scalpore ma Piro ci tiene a fare delle precisazioni in merito; a rileggerla bene nel suo contenuto prettamente legislativo non fu totalmente rivoluzionaria anzi presentava dei palesi difetti come l’eccessivo rinvio alle legislazioni regionali, inoltre mancava di una connotazione sociale essendo una legge esclusivamente di carattere medico. Molti dettagli andavano approfonditi e specificati ma con la morte di Basaglia e la degenerazione del gruppo triestino, tutto si sfasciò compreso Psichiatria Democratica che oggi quasi non esiste più perché non c’è interesse, non c’è attivismo. L’ultima manifestazione importante risale al 1998 a Napoli, Italia? “I manicomi si stanno riaprendo o non si sono mai completamente chiusi - commenta amaramente il medico napoletano- tutti
conosciamo il caso delle cliniche “Divina provvidenza” di Bisceglie e Foggia, nonostante vi sia come presidente della Regione Nichi Vendola”.Siamo molto lontani dai tempi incui la legge era possibile attuarlaperché in Italia c’erano le due condizionipredisponenti, i peggiorimanicomi d’Europa e il miglior partitodi sinistra d’Europa. Parallelamenteassistiamo a un enorme passoindietro nella cura ed assistenzadel malato, vittima dello strapoteredelle case farmaceutiche che impongonola centralità del farmaconella terapia, vanificando i risultatiottenuti dopo tanta fatica. Si era riuscitiad inquadrare la psichiatria inun contesto più allargato che si avvalevadel contributo fornito dallapsicologia, dalla sociologia e dall’antropologia, ora si è tornati di nuovo a considerare il medico come figura centrale. A parte alcuneeccezioni si mostra critico nei confronti della psichiatria napoletana costituita da “gente che vuol lavorare poco, guadagnare molto e non studiare … c’è tutta una situazione particolare, ma soprattutto è il ritorno della professione, la vittoria dei farmaci, la carriera e soprattutto la professione politica”. La vittoriadei farmaci, altra notadolente per lo psichiatranapoletano, fortemente contrario a pratiche ed approcci violenti come l’elettroshock (che purtroppo viene utilizzato ancora oggi in nove centri italiani) ma altrettanto contrario all’abuso chimico che determina la triste condizione della “mente legata”. All’inizio si adoperavano antidepressivi ed antipsicotici in dosi leggere per permettere una migliore compliance del paziente verso la terapia analitica, oggi si usano posologie da cavallo con risultati devastanti per il corpo e per la mente. Dosi massicce di farmaci provocano un notevole aumento ponderale e una netta riduzione dell’attività motoria, i pazienti diventano così degli inetti automi, uno stato assolutamente da aborrire. Sergio Piro muore il 7 gennaio di due anni fa, lasciando una grande eredità bibliografica, umana, medica e politica. E’ sua l’elaborazione per la regione Campania della legge n. 1 del 1983 una delle più avanzate dopo la 180. E’ stato docente della scuola di specializzazione in Psichiatria della “Federico II” dal 1980 al 1990, membro della Commissione Nazionale di Psichiatria del Partito Comunista Italiano negli anni 76-78, della Commissione della Regione Campania sulla Psichiatria dal 2001 al 2004. Ha scritto tantissimi libri, trattati e saggi monografici, che denotano il significativo lavoro e la costante passione di una vita trascorsa accanto all’ammalato. Candida Carrino si occupa esattamente di manicomialità e da molti anni è impegnata nei lavori di recupero e valorizzazione di tutti gli archivi degli ex-ospedali psichiatrici pubblici della Campania.
 


La Repubblica 18 maggio 2011
Ritratto di Sergio Piro in un libro-intervista di Alessandro Vaccaro
 

A tu per tu con una figura eminente della psichiatria del Novecento. Sergio Piro, scomparso nel 2009 all' età di 81 anni, è protagonista del libro-intervista di Candida Carrino "Quando ho i soldi mi compro un pianoforte", edito da Liguori. Il volume sarà presentato domani alle 11 nella sala Piro all' interno della sede centrale dell' ex Asl Sa 1, in via Federico Ricco a Nocera Inferiore. Con l' autrice interverranno Sara Caropreso, Walter Di Munzio, Ciro Paglia, Francesco Piro e Isaia Sales. Il testo consegna ai lettori un ritratto inedito della grande personalità di Sergio Piro, dagli episodi dell' infanzia alle battaglie in favore della legge 180 per la chiusura dei manicomi. Info www.liguori.it

 

Corriere del Mezzogiorno 13 Maggio 2011

Sergio Piro e la «logica», della follia di ELEONORA PUNTILLO

L’amore per Wagner lo indusse a studiare il tedesco, quello per il jazz gli fece imparare l'inglese; Freud lo invogliò alla psicologia, materia che all'epoca ~ il 1945 - si doveva studiare a Medicina. Dove gli imposero una tesi di laurea sulla schizofrenia: così Sergio Piro divenne psichiatra. Sempre pensando alla musica, deciso a comperare un pianoforte con i primi guadagni. È questa una delle «confessioni» che Candida Carrìno, storica, ha registrato nel libro intitolato Quando ho i soldi mi compro un pianoforte (editore Liguori, 120 pagine, euro 16,90) dove ha raccolto le conversazioni avvenute nei pomeriggi domenicali del 2008. La prefazione non poté essere scritta a quattro mani per l'improvvisa morte del protagonista( gennaio 2009) all'età di 82 anni, proprio mentre era al suo adorato pianoforte. Candida Carrino ha voluto porre il nome di Sergio Piro accanto al suo nel posto riservato agli autori, sulla copertina. La traccia imponente che ha lasciato non solo nella psichiatria dove è stato uno degli antesignani della liberazione dei cosiddetti matti, ma anche nella pratica politica e nella ricerca filosofica, è tuttora feconda, e i suoi collaboratori, seguaci, amici, allievi, continuano a ricordarlo non solo con celebrazioni nei luoghi dove egli ha lavorato e seminato. E queste conversazioni autobiografiche mettono in risalto anche la sua intuizione fondamentale sul linguaggio della follia. Sergio Piro ha infatti dimostrato che quel linguaggio considerato incomprensibile, ha invece logica e senso che vanno interpretati, studiati, compresi fin dove è possibile, per poter imboccare il difficile cammino verso l'origine della diversità mentale. II libro è interessante e divertente proprio come lo era il suo protagonista,che parla in prima persona e a ruota libera, con l'irruenza, l'ironia, la forza polemica, che ne fecero protagonista di memorabili interventi politici e decisive azioni professionali.  C'è la vicenda del «Bìanchì» .dove, dichiara Piro «me ne vidi bene ... nel senso che feci il più grosso scandalo sul manicomio che mai sia stato fatto», sulle condizioni dei ricoverati (ben pochi i «pericolosi per sé e per gli altri»), C'è l'incontro di convincimento con le madri di figlie rinchiuse in manicomio solo perché «s'erano comportate da puttane», l'incontro con la transessualità, l'attenzione al fenomeno della violenza sulle donne e sui meccanismi di possesso nel maschio, la battaglia di liberazione al Materdomini di Nocera.

 

Corriere Nazionale 15 Maggio 2011
 
Maestra Follia, di Stefania Nardini
 
 
Si legge come un racconto e spalanca,con passione e senza tedio,una finestra sulla storia diquel fermento culturale e politicoche portò all’approvazione dellalegge 180, che impose la chiusuradei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio,istituendo i servizi diigiene mentale. E’ “Quando ho isoldi mi compro un pianoforte.Conversazioni con un protagonistadella psichiatria del ‘900” di Sergio Piro e Candida Carrino (ed. Liguori). Un testo in cui la capacità di Sergio Piro – scomparso due anni fa – di legare, come scrive nell’introduzione Candida Carrino - i fenomeni internazionali alle situazioni particolari, il microevento alle trasformazioni epocali, i discorsi terapeutici ad una visione complessiva del mondo fa, di queste conversazioni, la lucida sinossi di un periodo storico, che “sembra” ormai alle nostre spalle. Raffinato intellettuale, sottratto alla musica dalle ristrettezze postbelliche, ma soprattutto dalla tensione etica e da “un bisogno urgente di utilità sociale”, si avvicinò al mondo del disagio mentale seguendo la sua naturale passione per le lingue, specializzandosi nel 1956 con una tesi sulla semantica del linguaggio schizofrenico: «Il linguaggio schizofrenico non era espressione di qualcosa di rotto, ma aveva un senso sempre intelligibile e un significato molto spesso decifrabile… purché ci fosse un interprete portatore di un’intenzione di interpretare, cioè qualcuno che avesse voluto capire». Negli anni Sessanta, fu protagonista, con Basaglia e con un manipolo di altri, allora giovani, psichiatri, del processo di modernizzazione e di trasformazione della psichiatria: l'esperimento della “Materdomini” di Nocera Superiore fu il secondo dopo quello basagliano di Gorizia. Cosa fossero in quei tempi gli ospedali psichiatrici lo documentò il fotografo Luciano D’Alessandro: «Se tu hai il coraggio di fotografare delle persone così, vieni ora, perché poi li slego». Le foto furono pubblicate nel libro "Gli esclusi", la cui prefazione testimonia ancora oggi l’intimo travaglio dello psichiatra: «Ero lì, agitato e affannato a proporre nuovi miglioramenti, nuove sistemazioni, nuove terapie, nuovi studi scientifici, nuovi mezzi di proselitismo psichiatrico, ma tuttavia costantemente impegnato in un ruolo che implicava il potere, la sopraffazione, la violenza, l'autoritarismo». Fra Piro e Basaglia, differenze, ma anche amicizia e rispetto. «Avevamo un sogno ed era lo stesso sogno. Il momento fondamentale di Basaglia si fondava sulla solidarietà umana e politica. Basaglia era offeso dalla ingiustizia di tutto ciò, come io ero ferito e indignato per la incomprensione della gente che parlava una lingua che bastava aver la voglia di capire per comprenderla». Negli anni Settanta, il sogno sembrò realizzarsi: la grande vivacità culturale e le sperimentazioni; le campagne di stampa come quella promossa da Ciro Paglia su “Il Mattino” e il sostegno di una classe politica lungimirante; la direzione degli ospedali psichiatrici napoletani, il “Bianchi”, prima, e poi il “Frullone”; la nascita di Psichiatria Democratica e, finalmente – era il 1978 - la legge 180. Manon tutto sarebbe andato per il verso giusto: il decentramento territoriale avrebbe stentato ad avviarsi, l’aziendalizzazione avrebbe sostituito la filosofia della partecipazione nella sanità pubblica e, col tempo, si sarebbe assistito alla riaffermazione della visione biologica della psichiatria. Un ampio capitolo è dedicato all’attività di ricerca, testimoniata dalla ricchissima bibliografia, ed alla didattica, attraverso la quale formò 250 persone, anche se le sue convinzioni non gli consentirono di adeguarsi ai criteri ministeriali con i quali, nel 1989, anche per porre un freno al fenomeno della cosiddetta “psicoterapia selvaggia”, fu regolamentata l’attività degli psicoterapeuti. Grazie alla trama proposta da Candida Carrino, il volume si arricchisce di riflessioni – e auto-riflessioni – che lo rendono imperdibile per chi intenda avvicinarsi al tema del disagio mentale, che, pur “nel mutamento storico delle forme espressive della sofferenza”, è sempre attuale ed urgente. Sebbene riconoscesse la difficoltà di definire la malattia mentale, Sergio Piro non aveva dubbi su quale dovesse essere la terapia: «Non c’è terapia che possa essere autenticamente valida se non c’è un sostegno psicologico e soprattutto il prendersi cura della persona, il che significa seguirne e conoscerne la storia o interagire con la sua storia»




Il Manifesto 15 gennaio 2011

La rivoluzione basagliana in Campania
Adriana Pollice
Tagliare il welfare, un imperativo che dal governo rimbalza in regione Campania. Uno dei primi effetti è stata la chiusura dei centri diurni, strutture aperte alla comunità in cui affrontare il disagio mentale senza la contenzione fisica, piuttosto con la formazione a lavoro, corsi d'arte e una rete di relazioni con le realtà del territorio. Le Asl sono parzialmente tornate sui propri passi, concedendo una proroga di tre mesi alle cooperative che hanno vinto il bando regionale. La volontà politica, però, va verso una strategia che consenta di annullare la gara, troppo oneroso l'impegno economico è il refrain, la realtà è che si va verso la progressiva cancellazione delle politiche sociali in favore della privatizzazione dei servizi. Chi ha i soldi potrà ricorrere alle strutture a pagamento, magari accreditate, per le famiglie a basso reddito un livello residuale di assistenza, con il disagio mentale trasformato in un dramma privato. Dalla legge Basaglia del 1978 ci sono voluti trent'anni per la chiusura completa dei manicomi, restano ancora aperti sei ospedali psichiatrici giudiziari, due in Campania (Napoli, Aversa, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto). Ospitano circa 1.500 persone rinchiuse per ordine della magistratura. Almeno 413 potrebbero uscire se sul territorio ci fossero le strutture adatte ad accoglierli. Oggi all'opg di Aversa ci sarà la giornata conclusiva del Forum Salute Mentale, dal 23 al 25 febbraio al Leonardo Bianchi occupato dagli operatori sociali si terrà un incontro nazionale sul welfare, un cantiere sulla crisi e sui diritti perché è sempre più evidente il tentativo di rimettere le lancette indietro a prima del '78. Per riscoprire cosa ci eravamo lasciati alle spalle basta leggere Quando ho i soldi mi compro un pianoforte (Liguori editore, 123 pagine, 16,90 euro) di Sergio Piro e Candida Carrino, un libro intervista a uno dei protagonisti della rivoluzione basagliana in Campania.
«I manicomi - spiega Candida Carrino, che ha lavorato agli archivi degli ex ospedali psichiatrici - sono stati delle strutture per contenere l'insicurezza, isolare. Dalla contenzione fisica si è passati, dagli anni '50 in poi, a quella chimica, l'elettroshock una pratica mai dismessa. Negli opg ancora oggi si resta legati al letto per 3, 4 mesi. In Campania ci sono circa 5mila ricoverati in strutture private, veri e propri manicomi, finanziati anche con i soldi delle Asl». Esperienze come le borse lavoro in passato sono state occasioni sprecate: «A San Cipriano d'Aversa - racconta ancora - formai degli archivisti, avevano appena la terza media ma divennero impiegati efficientissimi. Qualcuno riuscì a trovare un piccolo impiego al comune o in qualche ditta privata ma, nel complesso, in Campania è mancata la fase finale di reale inserimento, che li avrebbe resi autonomi».
Sergio Piro è stato uno dei protagonisti delle chiusure dei manicomi, come il Frullone, dismesso nell'agosto 1990, quasi in sordina, perché le figure di vertice nella gestione delle strutture resistevano, temendo di perdere incarico e prestigio. Appena venti anni fa, quando ancora le donne venivano internate soprattutto perché vivevano liberamente la loro sessualità: «Sergio riuscì a rimandare a case quelle che venivano da Napoli, ma chi era dell'hinterland non veniva riaccolto a casa». Il Leonardo Bianchi, con i suoi 4mila ricoverati, era quasi una piccola cittadella, alla chiusura se ne contavano ancora 79. Nei manicomi spesso c'erano piccole officine dove gli internati lavoravano, la paga un terzo più bassa, depositata su libretti di risparmio. «Per anni - ricorda Candida Carrino - gli infermieri hanno gestito piccoli traffici approfittando dei malati, fino al furto delle pensioni. Molte, non riscosse, sono finite nelle casse delle banche». Le case famiglia sono state la risposta alla reclusione forzata. I centri diurni dovevano servire a dare una risposta nei momenti di crisi acuta, per avviare poi un percorso verso l'autonomia. Sergio Piro, soprattutto, è stato un maestro: «Per sette anni ha avuto una sua scuola di formazione gratuita e aperta a tutti, il principio era che chiunque con qualunque formazione poteva appassionarsi alla psicoterapia, una gestione polifonica e multidisciplinare. Ha detto basta quando hanno provato a trasformare una libera esperienza in un percorso istituzionalizzato finalizzato all'attestato».

Fondatore di Psichiatria democratica, ha chiuso Materdomini e il Frullone Sergio Piro, padre della legge anti-manicomi

Sergio Piro (1927-2009) è stato uno dei più importanti psichiatri italiani. Tra i fondatori di Psichiatria Democratica, interlocutore privilegiato di Franco Basaglia, ha diretto e condotto alla chiusura alcuni grandi manicomi come quello di Materdomini e il Frullone. In Campania è opera sua la legge regionale 1/83, a tutt'oggi considerata una delle più avanzate sull'argomento. In Quando ho i soldi mi compro un pianoforte racconta: «A Napoli abbiamo sconfitto il II Policlinico che voleva applicarlo (l'elettroshock, ndr), ma l'ha fatto con tanta timidezza che siamo riusciti a scoraggiarne la pratica. Mentre altre terapie, invece, sono morte perché erano troppo complicate, come l'insulinoterapia. Come dicevi l'elettroshock continua a farsi in Italia e in tutto il mondo, devo dire con una sfiducia crescente nei Paesi dove non c'è stata la critica anti-istituzionale, cioè anche lì l'evento miracolistico si vede più nel farmaco. Sarebbe compito dello Stato intervenire nel vietare determinate pratiche. Sono intervenuto per un caso di un ragazzo di Ercolano, che avrebbe bisogno di cura e riabilitazione nel suo ambiente domestico, invece continuano a somministrargli dei medicinali, facendogli ogni 15 giorni un'iniezione, e quando si rifiuta lo afferrano e gliela fanno attraverso i pantaloni. Il ragazzo avrebbe bisogno di un contatto umano, di qualcuno che vada sistematicamente a casa sua, visto che lui non si vuole recare al servizio territoriale. Il servizio di salute mentale dovrebbe fare questo, invece l'hanno mandato in una clinica privata, che è un manicomio vero e proprio; l'Asl ne sostiene i costi del ricovero. Naturalmente anche i familiari debbono essere sostenuti, debbono poter continuare la loro vita normale, perché altrimenti è meglio che il paziente sia separato e mandato in comunità, ma anche la comunità, se il caso è grave, deve essere gestita con criteri molto umani, se il caso non è grave deve essere un'abitazione e basta».

 

Il Mattino, 25/2/2011di Ida Palisi

La scienza della sofferenza umana, condizionata dal contesto storico, culturale e sociale. Questa era la psichiatria per Sergio Piro, uno dei promotori del movimento basagliano in Campania che dagli anni 80 portò alla chiusura di quegli enormi luoghi di contenzione che erano i manicomi. Intellettuale, appassionato di musica, spirito libero e anticonformista, a due anni dalla sua scomparsa Piro torna a parlare di sé in un bel libro-intervista che Candida Carrino firma con lui per Liguori: Quando ho i soldi mi compro un pianoforte. Conversazioni con un protagonista della psichiatria del '900 (pagg. 123, euro 16,90). Insegnante e archivista, la Carrino da dieci anni si occupa di manicomialità e di riordino di archivi degli ex ospedali psichiatrici. All'opera di recupero della memoria storica dei manicomi si deve la sua amicizia con Piro e l'idea di scrivere un libro sulla storia della psichiatria in Campania. Frutto di lunghe conversazioni domenicali con lo psichiatra di origini sarde, il libro è strutturato in cinque capitoli, dall'infanzia fino alle riflessioni sulla salute mentale e sulla psichiatria, ed è corredato da fotografie e da un'ampia bibliografia. Il volume offre non solo il ritratto di quello che Piro fu nella vita e nella storia recente della psichiatria ma anche un'interessante e, per certi aspetti inedita, riflessione sulla salute mentale, sui metodi di cura e sulla professione psichiatrica nel Meridione negli ultimi quarant'anni. Sergio Piro vi è descritto come un intellettuale colto, appassionato di pianoforte - e forse sarebbe stata la musica il suo destino, se la guerra non gli avesse rovinato lo strumento - e di lingue (amava l'anglo-americano, conosceva il francese e il tedesco), con una forte passione per le idee di giustizia e libertà che ritroverà da adulto nelle letture di filosofia e nell'orientamento fortemente antropologico della sua psichiatria. Un'impostazione che condivideva con Franco Basaglia, il padre della riforma della psichiatria e l'ispiratore della legge 180 sulla chiusura delle strutture manicomiali. «Basaglia - dice Piro nel libro - era offeso dalla ingiustizia di tutto ciò, come io ero ferito e indignato per la incomprensione della gente che parlava una lingua che bastava aver la voglia di capire per comprenderla». Basaglia, secondo Piro, si ribellava alla violenza nei manicomi, lui invece alla cancellazione dell'identità: «Quello che prende me - dice ancora Piro - è soprattutto la figura della persona parlante, che viene privata del significato, che viene privata del valore della sua parola». «Nel Meridione - ricorda Candida Carrino - la psichiatria era solo farmacologia. La riforma l'ha portata Sergio Piro. Grazie alla sua formazione umanistica e filosofica e agli studi sul linguaggio degli schizofrenici, ha introdotto una diversa impostazione nella cura, che si basava sul capire la diversità. Sergio è stato un maestro per generazioni di operatori». Il volume tratta così anche la questione della formazione, non solo dei medici e degli psichiatri ma «di tutte le persone che volevano entrare nel mondo della salute mentale», come i volontari, gli assistenti sociali e gli operatori che contribuirono a chiudere i manicomi e che andavano verso una concezione «socio-medica» delle strutture. È l'inizio della cosiddetta «territorializzazione» della medicina, e Piro - che fu tra i fondatori del movimento Psichiatria Democratica e ispiratore della legge regionale sulla psichiatria - parla della «centralità del lavoro sociale d'équipe», messa in discussione oggi dalla crisi del welfare e dal ritorno a vecchi modelli di cura. Basti pensare agli ospedali psichiatrici giudiziari che ospitano circa 1.500 persone rinchiuse per ordine della magistratura (circa 475 in Campania) e ai 6mila - secondo Candida Carrino - ricoverati nelle cliniche private, mentre i centri di salute mentale stanno chiudendo perché non ci sono fondi. «Sergio Piro direbbe che si vuole a tutti i costi tornare al manicomio».

 

La Repubblica - Napoli - 25 febbraio 2011

Lo psichiatra che rese liberi i matti  - di Raffaele Sardo

 È un ritratto inedito dello psichiatra Sergio Piro, quello ricostruito dal libro postumo "Quando ho i soldi mi compro un pianoforte. Conversazioni con un protagonista della psichiatria del ' 900", edito da Liguorie scrittoa quattro mani con Candida Carrino, che da anni si occupa di manicomialità. Piro, scomparso poco più di un anno fa, racconta e si racconta. Un progetto che mette insieme i pezzi del mosaico complesso e intenso della vita di uno scienziato, ma che proprio alla fine del puzzle ha lasciato alla sola Carrino il compito di concludere il volume. A lui è legata anche la stagione della chiusura dei manicomi e la nascita di una psichiatria democratica. Dal racconto della sua vita, Piro ci consegna episodi inediti della sua infanzia e della sua giovinezza che contribuiscono a fotografare un ritratto ancora più umano della sua grande personalità. Era nato a Palma Campania il 9 settembre del 1927. Dopo 20 giorni la sua famiglia si trasferì in Sardegna. E qui ricorda i trascorsi antifascisti del padre che, però, fu costretto a aderire alla dittatura. «L' adesione di mio padre al fascismo - racconta Piro - avvenne nel 1932, quando ci fu un' elezione generale fascista, quindi tutti dovettero diventare fascisti per obbligo: lui non lo era e non lo era diventato, ma poiché svolgeva un' attività commerciale dovette dare la sua adesione. Ti spiego: i sardi, che prima si sparavano tra bande organizzate, perché erano di un gruppo o di un altro, quando il fascismo vinse, divennero due diverse bande di fascisti. Il prefetto di Sassari chiamò mio padre, che aveva solo 31 anni, e lo nomino podestà. Mio padre protestò, non era iscritto al partito. Ma il prefetto gli rispose: è importante che tenga queste due bande a freno. Mio padre non resistette a lungo e due anni dopo ci trasferimmo a Napoli per tornare successivamente a Olbia per affari. E lì si usava il sabato andare in piazza, come nei piccoli centri. Il sabato ci si metteva la camicia nera, lui non l' aveva mai fatto, ma gli suggerirono con vigore di indossarla. Non ne volle sapere». «Sergio ha cominciato a raccontarmi la sua vita alla fine del 2007. Siamo andati avanti anche tutto l' anno successivo - ricorda Candida Carrino - ci incontravamo nel suo bellissimo studio. Quando? Al pomeriggio della domenica, quasi un rito laico. Il risultato: ore e ore di registrazione, di conversazioni, quasi un voler ripensaree sistemare avvenimenti, episodi, situazioni, tappe di una vita ricca e piena». Negli anni della guerra, Sergio Piro era a Napoli e racconta di come aiutava a scavare tra le macerie dopo i bombardamenti per tirare da sotto le case crollate le persone. «Ho imparato che da una casa bombardata se il corpo esce tutto bianco, la persona è morta. Se ti esce bianca e rossa, la persona è svenuta, perché continua a sanguinare». La sua passione per le lingue: «Mia madre mi aveva dato da piccolo dei libri francesi di avventure da leggere. E li leggevo come se fossero libri italiani. Ho mantenuto con il francese una dimestichezza tale come se fosse la lingua di mia madre. Il tedesco l' ho amato moltissimo per via di Wagner. Ascoltavo l' Inglese perché papà sentiva Radio Londra. Ma non capivo niente. Poi mi ci appassionai perché ascoltavo la musica jazz e guardavo i film di Fred Astaire». E nel testo Piro svela anche che la sua carriera professionale doveva avere altri sbocchi: «Io dovevo fare il musicista o lo psicologo del linguaggio». L' impegno politico militante arriva negli anni scolastici 19431945, quando la guerra non era ancora finita e quando con la famiglia viveva da sfollato a Sessa Aurunca: «Nell' aprile del ' 43 incominciarono i miei compagni di scuola di Sessa Aurunca e dell' Alto casertano, dove eravamo sfollati,a dire che erano comunisti. (...) Parlando con il mio professore di filosofia a scuola, decisi che le sue idee - era appartenente al movimento di Giustizia e Libertà - che doveva tenere nascoste, erano le mie stesse idee di giustizia e di libertà». «Nonostante l' età, Sergio Piro aveva 81 anni, era rimasto uno spirito indomito - afferma Candida Carrino - e ha portato con sé un rammarico che ripeteva spesso nelle nostre conversazioni: "Dovevo fare di più per la comunità manicomiale"».

 

 

Fresco di stampa, Marzo 2011 di Marilena Mincione
La psichiatria che rende liberi
Esce un libro-intervista allo psichiatra Sergio Piro, uno dei protagonisti del processo di dismissione dei manicomi italiani
 
L'introduzione doveva essere scritta con il suo contributo, ma la sua scomparsa improvvisa, nel gennaio del 2009, ha interrotto bruscamente un lavoro iniziato nel novembre del 2007 e continuato per tutto l'anno successivo. Un'avventura fatta di incontri domenicali pomeridiani di discussione con la dottoressa Candida Carrino, esperta di "manicomialità" che ha coordinato con passione e competenza i lavori di recupero e valorizzazione di tutti gli archivi degli ex ospedali psichiatrici campani.
La presenza di Sergio Piro, però, uno dei più importanti psichiatri italiani, si sente viva e in tutte le sue sfaccettature nel libro che hanno progettato insieme, Quando ho i soldi mi compro un pianoforte. Conversazioni con un protagonista della psichiatria del '900 (Liguori, 2010). «L'idea - spiega Carrino - era descrivere Sergio per raccontare la psichiatria in Campania, ma anche nell'Italia meridionale, e i pericoli in cui stiamo incorrendo col ritorno all'idea di manicomio: la lobby fondamentale la fanno le famiglie che, senza servizi a disposizione, vogliono una risposta. Ma era anche un modo per dare un bilancio in maniera accattivante e semplice che non raggiunga solo un ambiente specializzato». Quello che emerge non è solo Piro psichiatra, proiettato verso il superamento della realtà manicomiale e la tendenza a "slegare" i malati, interlocutore privilegiato di Franco Basaqlia ed elaboratore della legge n. 1 del 1983 (considerata una delle più avanzate dopo quella di riforma 180), ma anche un uomo dai molteplici interessi, che andavano oltre - o sarebbe meglio dire integravano -le sue competenze settoriali: passione per lo studio delle lingue, per la semantica e l'antropologia marxiana, per la musica (da cui il molo del libro) e il linguaggio schizofrenico. Coinvolgenti sono i riferimenti all'esperienza
della direzione del manicomio privato di "Materdomini" a Nocera Superiore, dove costituì la seconda comunità terapeutica in Italia dopo quella di Basaglia a Gorizia, ma anche all'esperienza al "Leonardo Bianchi" e al "Frullone" di Napoli: incuriosisce il racconto della dimissione di dieci ragazzine minorenni che trovò ricoverate al FrulIone perché «di pubblico scandalo». Il Piro professore discute delle battaglie nell'organizzazione Psichiatria democratica, che contribuì a fondare, della sperimentazione didattica al Centro ricerche sulla psichiatria e le scienze umane e della costituzione Alato, della Scuola sperimentale lo psichiatra antropologica-trasformazionale. Ma lo psichiatra va oltre: incalzato piacevolmente dalle domande puntuali della Carrino, riflette sulla crisi delle famiglie dei malati mentali, sugli Opg «<l'ultima frontiera su cui stava lavorando, per chiuderli», commenta Carrino), l'abuso di psicofarmaci, la pratica dell'elettroshock (da lui avversata), la violenza sulle donne e il suo rapporto con Basaglia. «Sergio si è sbilanciato anche sugli psichiatri di oggi – aggiunge Carrino - che cercano situazioni privilegiate, incarichi amministrativi, lasciando l'ambulatorio ai giovani meno esperti che ricorrono troppo alle medicine. Oggi i giovani psichiatri sono sempre più orientati verso la farmacologia, forse manca un percorso universitario e di formazione soprattutto sul territorio. Sergio è stato un grande operatore e ha capito che doveva formare altre persone come lui, è stato un maestro. La sua grande rivoluzione è stata quella di aprire i corsi di formazione a tutti gli operatori». Sono continui, dunque, i riferimenti alla situazione della psichiatria in Campania, con un appunto: «Andrebbe detto "situazione napoletana e campana" - precisa Piro nel libro - ma napoletana indica una particolarità ancora più nera del problema, perché Napoli è l'unica città dove la salute mentale di un milione di persone è tenuta da una sola Azienda sanitaria locale».
 
 
 

Il Mattino - Caserta 10 aprile 2011

di Lorenzo Iuliano

« L.a sera del 5 luglio 1943 noi eravamo sfollati a Sessa Aurunca e c'era mia madre, perché mio padre era a Napoli a lavorare. Dopo l'annunzio che Mussolini era stato arrestato, mia madre andò nella stanza da letto, prese la fede dal comò, se la mise, buttando la fede di acciaio, che simulava la fede vera, e disse ah, meno male!», Attraverso lo scorrere degli episodi della sua vita si legge in controluce anche la storia della psichiatria, soprattutto in Campania, dal fascismo all'entusiasmo per l'approvazione della legge Basaglìa sulla chiusura dei manicomi e alla nascita di Psichiatria democratica, ma anche le sconfitte, il venir meno di quella spinta che aveva caratterizzato una stagione sociale e politica di conquiste. Sergio Piro, uno dei più importanti protagonisti della psichiatria italiana, napoletano, seguace di Basaglia e scomparso nel 2009 a 82 anni, continua a far parlare di sé e a invitare, con la lucidità che ha segnato anche gli ultimi suoi giorni a non smarrire la strada, che è quella di mettere al centro l'uomo, con i suoi disagi,ma senza le aberrazioni del «sistema», come gli ospedali psichiatrici giudiziari. Candida Canino, archivìsta e aversana di adozione, che ha al suo attivo il recupero, la catalogazione e l'informatizzazione delle cartelle cliniche dei manicomi campani, tra cui il «Santa Maria Maddalena» di Aversa, ha raccolto in una conversazione a due voci l'autobiografia di Piro:' «Quando ho i soldi mi compro un pianoforte» (Liguori editore, 16,90 euro), che sarà presentata venerdì alle 18 alla libreria Feltririelli di corso Trieste, con la partecipazione del figlio di Piro, Francesco, docente di Filosofia della Scienza all'Università di Salerno, dello storico Felicio Corvese e del sociologo Alessio Maione. Modera il giornalista e scrittore Paolo Graziano. È un'intervista narrata che attraversa il Novecento e svela aspetti inediti del maestro, che coltivava la passione per la filosofia e la musica ed era un intellettuale gentile oltre che raffinato. Ma innanzitutto dà forma alla sua vita molteplice, a partire dagli anni dell'infanzia e poi della guerra. Piro ha avuto un rapporto di grande impatto emotivo con Caserta e la sua provincia, proprio negli anni del secondo conflitto mondiale, quando con la famiglia era tra gli sfollati da Napoli a Sessa Aurunca. Lo racconta egli stesso nella pagine del volume: «Il mio ricordo più vivido è quello in cui una mattina, mentre da noi, a Sessa Aurunca, c'erano ancora i tedeschi, sento alla radio una voce chiara e distinta che dice: 'This is Caserta. Broadcasting only for American Airlines Forces'. Era la più importante stazione musicale e di informazione in Italia durante tutta la guerra, le informazioni così come la musica americana arrivavano da questa fonte». Per capire l'attualità del suo pensiero, basta leggere le sue idee sugli ospedali psichiatrici giudiziari, al centro di nuove polemiche negli ultimi mesi: «La centralità del problema - sostiene - è la difficile compatibilità o l'assoluta incompatibilità tra detenzione e cura... propongo di distruggere il manicomio giudiziario, rimettere in carcere quelli che sono stati condannati, li inventando una forma che permetta la cura fin dove possibile... l'ospedale psichiatrico giudiziario si deve abolire perché, comunque, è una fabbrica di sofferenza e di antiterapeuticità, come lo erano i manicomi, ma con l'aggravante dell'ibrido connubio tra carcere e manicomio e con la mancanza di personale curante». I pericoli segnalati sono anche nello smantellamento dei portati della legge 180:«La riforma firmata nel 1978 è stata male applicata diciamo a partire dagli anni '90... Da poco però non è più una disapplicazione della legge in termini operativi, ma è proprio un tentativo delle amministrazioni pubbliche di eliminare le strutture nate con la 180». E allora nel caos contemporaneo cos'è il lavoro dello psichiatra? Per Piro «il lavoro psichiatrico non ha alcun senso se non è contemporaneamente e in modo connaturato un lavoro di ricerca antropologica, di psicologia individuale e collettiva, di linguistica diacronica e di linguistica statistica' di antropologia culturale e di sociologia, di demologia in generale: non esistono le scienze umane separate le une dalle altre». Candida Carrino ha iniziato ad assorbire il materiale, umano innanzitutto, di Piro nel 2007, «nel suo bellissimo studio - ricorda - nei pomeriggi di domenica, quasi un rito laico. Il risultato è stato ore e ore di registrazione di conversazioni' quasi un voler ripensare e sistemare avvenimenti, episodi, situazioni, tappe di una vita ricca e piena». Un ascolto privato che consegna la testimonianza di un uomo che ha vissuto accanto alla sofferenza senza arrendersi alla possibilità del cambiamento.